La notizia è di quelle che danno da pensare. Fare il poliziotto è un lavoro scomodo: orari disagevoli, stress, rischi, vendette, personale carente e spesso mal organizzato, male pagato e peggio equipaggiato. Si aggiunga anche il disprezzo sociale proveniente da determinati ambienti. Le devastazioni del primo maggio a Milano, ad opera di teppisti mascherati, hanno fatto il giro del mondo. Per molte organizzazioni, il fine non è combattere contro un problema che si avverte, ma è andare in battaglia, contro le forze dell'ordine. Quando si tirano uova piene di vernice, imbrattando persone che non possono reagire (perché hanno l'ordine di subire), il gesto non è molto coraggioso.

Il ricordo della scuola Diaz di Genova

Esiste la strategia del non reagire, perché si teme che la reazione possa sfuggire di mano, come accadde al G8 di Genova, ma andare a provocare, ferire e lordare della gente che sta lavorando non è un diritto di nessuno. Non esiste un'altra categoria lavorativa, nella quale sia previsto fare da bersaglio. Un metalmeccanico reagirebbe con la chiave inglese se venisse colpito con uova marce. Per non parlare della domenica negli stadi. In questi giorni è uscito un libro: "Lavorare in polizia: stress e burn out" (editore Franco Angeli). Gli autori, il criminologo Francesco Carrer ed il vicequestore Sergio Garbarino, neurologo e medico presso la Questura di Genova, documentano una grave realtà.

Nel periodo 1999-2011 sono stati 137 i poliziotti sicuramente suicidi: 4 agenti sono stati uccisi da terroristi, 6 in scontri a fuoco con criminali comuni, 22 sono morti per infortuni sul lavoro (per es.

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quando si ribalta l'auto, in un inseguimento). Sono 111 gli agenti morti in interventi rischiosi (per es. per catturare chi si mette a sparare sui passanti, dal balcone). Cifre orribili e sconosciute alla maggioranza delle persone. I dati del Viminale segnalano l'aumento del malessere diffuso tra i poliziotti. Non è accettabile che la prima causa di morte sia il suicidio.

Alcune cause

Gli autori hanno evidenziato alcune cause del fenomeno: uno è il machismo. Molti agenti, quando vi cadono, negano la situazione, perché ammettere il malessere li farebbe passare per deboli. Evitano di chiedere aiuto o sostegno, nel timore di essere ritenuti "a rischio" o pavidi. Un altro fattore è il quotidiano contatto con un'arma sempre al loro fianco. Usarla contro se stessi non è difficile: nemmeno il tempo di pensarci troppo. Chi pensasse che tale problema riguardi solo gli agenti, artefici della loro scelta di arruolarsi, non deve dimenticare come tali "mine innescate" siano spesso a contatto con i comuni cittadini: ecco perché non si può ignorare il fenomeno.

Molte polizie estere prevedono l'intervento operativo di psicologi, di fronte a scene di crimini particolarmente efferati: in Italia neppure se ne parla. Dovrebbe esistere un limite nei turni di servizio, per aiutare a mantenere il migliore equilibrio psicofisico degli operatori ma, spesso, sono gli stessi agenti che chiedono il prolungamento dei turni, per vedersi pagare più straordinari. Tale situazione è favorita dalle croniche carenze di organico.