La situazione politica del Campidoglio diventa ogni giorno più esplosiva. Persino il solitamente compassato e "amico" Gomez del Fatto Quotidiano invita la Raggi a "scusarsi o dimettersi". Non meno toccante l'appello del senatore M5S Nicola Morra, che invita a ritrovare la via, subito sottoscritto dalla collega Barbara Lezzi. Lo strazio interno al Movimento è palese, e in quello squarcio ovviamente tentano di infilarsi i rivali politici.

Sorprende il silenzio di Grillo, che al di là di qualche dichiarazione estemporanea non ha fatto sentire la sua mano nella vicenda capitolina.

Ai tempi di Casaleggio, probabilmente avremmo già avuto qualche scomunica. Ma oggi Beppe Grillo, il superstite del duo dei fondatori che intervenivano (quasi sempre inopportunamente) a colpi di espulsioni e imponevano cambi di rotta ad ogni stormir di foglie, oggi è un Grillo insolitamente silente e inerte.

Vuole fare crescere i ragazzi e vedere come se la cavano; oppure sta lavorando dietro le quinte? In entrambi i casi, la strategiaè inadeguata e ci vorrebbe tutt'altro polso, dato il luogo (la capitale), il momento (Referendum costituzionale), e il contesto (i ripetuti e gravi errori nel metodo e nella comunicazione fatti dalla Raggi e dal suo cerchio più confuso che magico).

Non pare vero a Pd e Lega, tra gli altri, di poterazzannare la preda inaspettatamente in difficoltà proprio sui suoi punti di forza: cambiamento e trasparenza.Roma diventa un caso emblematico e la partita che si sta giocando è decisiva per il Paese. Qui vengono a galla non tanto i limiti della neo-sindaco e del suo improbabile staff, che dello spirito originario M5S non ha neanche l'apparenza e sembra piuttosto uscito dal solito manuale Cencelli concordato per di più con "poteri" esterni al Movimento - una roba da Pd o da centrodestra, piuttosto che da sanculotti che si chiamano tra loro "cittadini", senza troppa originalità ma con uno spirito di cambiamento di cui nessuno ha finora dubitato.

Fino alla Raggi.

Il danno d'immagine è già grave. E il sedicente Direttorio, che già dal nome e con la sua solaesistenza danneggia l'immagine del Movimento, non fa che produrre errori su errori. Così leggere sull'esultante Repubblica che il Direttorio e la Raggi sono ai ferri corti, fa più preoccupare che sorridere. Perché nello scontro tra un organo non eletto e un sindaco eletto ma che è già ben oltre le famose "quattro regole" del Movimento - nessuno ha da guadagnarci, neanche la querula stampa di pagnotta e di governo.

Ma la vera partitaè ben altra. E va oltre lo scontro Pd-M5S. Oltre lo scontro Direttorio-Raggio magico. La posta in giocoè la qualità e la tenuta della nostra Democrazia. Per il referendum costituzionale. Per la tendenza a restringere spazi e modi di rappresentanza e di partecipazione civile a vantaggio delle sfiancatissime e impaurite élites, arroccate nel loro ultimo bunker di sempre più intollerabili privilegi mentre la massa dei Cittadini annaspa e non ce la fa.

Vengono così a galla anche i limiti (oltre che i meriti) del M5S, che non ha saputo darsi un programma e un'identità precisi, e non ha investito sulla formazione di una classe dirigente qualificata e all'altezza delle sfide, delegando tutti i nodi al potere taumaturgico dei due leader fondatori.

Il vero dramma oggi in scena a Roma è quello di una Democrazia strozzata dal parassitismo e dall'inefficienza delle classi dirigenti, ma anche da un'opposizione finalmente dura e pura, che però sconta la propria eccessiva "gioventù", l'inesperienza e qualche errore strategico di troppo che rischia di compromettere tutto.

In mancanza di novità decisive, Grillo dovrebbe entrare (stavolta sì) a gamba tesa, imporre le dimissioni della Raggi e ridare la parola ai Cittadini. Questa sì, sarebbe dimostrazione di reale diversità. È dura, ma meglio ora che dopo 5 anni di agonia. È l'unico modo di salvare il M5S, Roma e il Paese.

E bisogna far presto.

Essere "meglio di loro" è pur sempre qualcosa. Ma rischia di non essere abbastanza.

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