Charlie Brooker, è l'ideatore e il produttore della serie Black Mirror del 2011. I toni freddi e le atmosfere oscure accompagnano una narrazione incalzante che tiene sospesi e increduli gli spettatori davanti allo schermo.

Cosa accade nella mente delle persone assuefatte alla tecnologia? Questa è la domanda principale che si pone la serie Black Mirror descrivendo un mondo, non troppo lontano dalla realtà, in cui la dipendenza dai mezzi di comunicazione di massa è la protagonista.

Un nuovo Truman Show

E' possibile affermare che gli spot pubblicitari, i talent show e i social network siano la nuova droga di massa? Nella seconda puntata della serie Black Mirror i protagonisti della storia sono uomini e donne di età adulta, vestiti tutti uguali con una tuta grigia (una sorta di omologazione alla Amici di Maria De Filippi in versione dark) che vivono dentro una sorta di talent show alimentato quotidianamente dalla loro presenza sulla postazione di lavoro: una bicicletta collegata direttamente a un mega schermo in cui compare il loro punteggio totale.

In realtà, più che di presenza, sembra che il regista voglia rappresentare attraverso i personaggi la loro assenza. Il protagonista, un ragazzo di colore, in apparenza il più apatico, è circondato da personaggi inquietanti che sembrano non provare emozioni ma solamente reazioni meccaniche agli stimoli continui inviati dal sistema.

Ognuno di loro è rappresentato da un avatar con cui si interfaccia alla realtà virtuale attraverso degli schermi televisivi grandi come pareti che trasmettono 24 ore su 24 programmi demenziali, pubblicità e chat a sfondo pornografico senza la possibilità di poter interrompere la loro trasmissione.

Nel caso lo facessero verrebbero penalizzati perdendo dei punti. Gli schermi sono ovunque, dal bagno alla loro piccola stanza dove, fuori dall'orario di lavoro, possono accedere liberamente a programmi, videogiochi o delle app per passare il tempo acquistando oggetti virtuali inutili. L'alimentazione a cui hanno accesso da un programma è composta da lattine e cibo in scatola pieno di zuccheri e la cosa più naturale che possono consumare è una mela.

Non è permesso avere contatti fisici o poter uscire dal sistema.

L'obiettivo finale del "gioco" sembra essere raccogliere un punteggio tale da permettere di partecipare a un famoso talent show in cui tre cinici personaggi giudicheranno la loro performance decidendo le sorti del loro destino, distruggendoli psicologicamente o mettendoli su un piedistallo. Il prescelto, se accetta di mettersi a disposizione totale del sistema, sale di livello da avatar a icona mediatica: da una gabbia più piccola a una gabbia più grande con tutti i comfort.

La nuova schiavitù contemporanea

La realtà raccontata da Black Mirror rappresenta il riflesso più oscuro della nostra società. Crediamo di essere liberi ma non siamo mai stati così prigionieri. La prigione costruita è nella nostra stessa mente: una gabbia da cui è difficile uscire seguendo le regole del gioco imposte. Quotidianamente bombardata, fin dalla prima infanzia, dai mass media con i suoi messaggi pubblicitari e i suoi programmi, la nostra mente viene programmata attraverso il consenso di massa.

Non c'è una vera scelta, il Grande fratello decide per noi cosa dobbiamo mangiare, come ci dobbiamo vestire, cosa dobbiamo comprare.

In sintesi, la critica mossa dalla serie Black Mirror al mondo della comunicazione mediatica tenta di condurre lo spettatore verso un risveglio della coscienza: la consapevolezza della perdita progressiva della capacità di fare delle scelte "libere" nella realtà. Non è solo il personaggio messo in scena a dover subire delle prove ma il pubblico stesso che lo guarda. Ciò che conta è come si appare in tv o sui social network. L'anima, se non è stata già venduta, può forse avere ancora occasione di ribellarsi alla totale schiavitù. Ma, se non è troppo tardi, è necessario riconoscere di essere schiavi del sistema.

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