Avevo già avuto precedenti esperienze con siti di informazione online, piccole realtà orientate verso un unico argomento denominatore di ogni articolo. La prima cosa che cambia, lavorando per una realtà molto più grande come l’attuale, è l’assenza totale di una linea guida, di una voce che detti la strada. Può sembrare un vantaggio, ma lo è solo in parte. L’assoluta libertà nella scelta del tema è vincolata dalla “prigionia” dei 4000 caratteri. “Tu lo sai che sono ottantotto, e su questo nessuno può fregarti. Ma non sono infiniti loro: tu sei infinito; e dentro a quegli ottantotto tasti la musica che puoi fare è infinita”.

Un aspetto sicuramente apprezzato da un personaggio come Novecento, da me un po’ meno. Ovvio che un articolo troppo lungo si legge con difficoltà e malavoglia, ma quel limite – che riduce il pezzo ad una paginetta di Word – fa sì che l’analisi di un argomento spesso manchi di lucidità o di precisione; tenendo conto che altri caratteri vanno poi spesi per introdurre il tema, soprattutto se non è attuale o conosciuto al lettore. Diventa così un lavoro di limatura, in cui ogni parola è ponderata con attenzione per non sprecare un concetto o lanciarlo nel vuoto, sempre che si voglia provare a dare un minimo di qualità all’articolo. Qualità che richiede tempo, tempo che come si sa è denaro, denaro che – banalmente – non arriva in abbondanza.

Ne vale la pena

Mi chiedo allora se è giusto cedere la proprietà di un lavoro per pochi centesimi, a volte neanche l’equivalente di un caffè, com’è successo per il mio primo articolo. Ne vale la pena? Provando a guardare i lati positivi della faccenda, c’è da dire che ogni articolo retribuito è un passo in più verso l’acquisizione del patentino da giornalista pubblicista, sempre che uno sia interessato e sempre che l’articolo riesca ad andare oltre le 150 visualizzazioni, soglia oltre la quale l’articolo viene remunerato, altrimenti tu non ricevi nemmeno un centesimo e l’articolo non è valido ai fini del patentino. Resta la magra consolazione di aver fatto esercizio con le parole, che non guasta mai.

E ancora mi chiedo: ne vale la pena? Non lo so, per ora mi diverte.