Al giorno d'oggi siamo bombardati da prodotti alimentari di sconosciuta provenienza, raffinati (farine 00, zucchero bianco e di canna, ecc.) e stracolmi di conservanti (E320, E330, ecc.), contenenti grassi vegetali (olio di palma, olio di cocco, ecc.) che, per la loro economicità e buona resa, vengono usati da molti ristoranti soprattutto per le fritture. Molti prodotti presentano anche tracce di pesticidi (glifosato e altri) e aromi che, se non specificato "naturali", risultano chimici.

Buona abitudine sarebbe leggere sempre e attentamente le etichette, una sorta di carta d'identità del prodotto, dove si possono ricavare le giuste informazioni per stabilire se ciò che vogliamo acquistare è un prodotto sicuro e di qualità.

La vita frenetica di oggi, però, non agevola simili comportamenti, in quanto porta spesso il consumatore, condizionato dal motto "il tempo è denaro", a non soffermarsi: un paradosso questo che ci richiama le riflessioni del Dalai Lama sugli uomini dell'Occidente che "perdono la Salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute". Ed è qui che entra in campo il farmaco, considerato come la panacea di tutti i mali.

Il farmaco: oppio dei popoli?

Negli ultimi decenni, le multinazionali del farmaco hanno visto crescere a dismisura i propri bilanci, perché hanno fatto affari colossali grazie all'alimentazione scorretta della gente, determinando così, un circolo vizioso tra: consumatori, produttori alimentari e case farmaceutiche.

I consumatori hanno spinto le industrie alimentari a produrre sempre più alimenti sofisticati, per soddisfare le loro esigenze a scapito della qualità. Le case farmaceutiche, poi, speculando sui guai delle persone, guai provocati da un'alimentazione senza regole e senza limiti, hanno creato prodotti che, se da una parte curano, dall'altra possono causare grossi problemi, che spingono le persone al consumo di ulteriori farmaci.

Purtroppo, davanti ad un libero e caotico mercato, dove non esistono le tutele del consumatore ma esiste solo il profitto, bisogna rompere il circolo vizioso sopracitato. Ma, chi può fare questo se non il consumatore stesso? Quindi la palla deve tornare al cittadino, consapevole che è lui a indirizzare il mercato e non viceversa, puntando sui prodotti genuini e naturali, di origine prevalentemente italiana perché l'Italia è l'unica a dare garanzie al cittadino con limiti di tolleranza molto rigidi nell'uso di sostanze nocive.