Il fenomeno delle baby gang sta diventando una vera e propria emergenza nazionale [VIDEO]. Solo pochi giorni fa il ministro dell'interno Minniti si è recato a Napoli in un vertice alla prefettura per parlare di sicurezza e ordine pubblico. Come al solito si parla di un fenomeno incontrollato e apparentemente incontrollabile solo quando oramai è troppo tardi. Ma, in realtà, una soluzione c'è.

Prevenire, non punire

Certo, questo sarebbe l'imperativo auspicabile. Non ci sarebbe bisogno di perseguire un reato [VIDEO] se quel reato non esistesse. Non si sta parlando di utopie o obiettivi irrealizzabili, ma di una sana, precisa, calcolata e programmabile prevenzione.

Il nostro sistema giudiziario, a far data dal 1975, è passato da un orientamento repressivo a uno riabilitativo. Benissimo, ma la prevenzione, ancora una volta, dove la mettiamo? Ben vengano tutte quelle disposizioni che cercano di recuperare un reo, ma la vittima dove la mettiamo? E soprattutto, cinismo a parte, quanto è recuperabile un ragazzo che dà fuoco a un barbone o che picchia selvaggiamente un disabile? In lui non è già stata oltrepassata la soglia del non ritorno?

Una questione di empatia

E' esattamente questo che manca nei giovani bulli che sono destinati a trasformarsi in adulti criminali. Non si sta parlando più di ragazzini che nascondo il dentifricio nelle scarpe del loro compagno, o che imbrattano il muro della palestra. Si parla di veri e propri reati perseguibili dal codice penale.

Percosse, offese, minacce, in alcuni casi più gravi stupro finanche all'omicidio. Va da sé che una sospensione o una visita all'ufficio del preside non sono più sufficienti per rimettere questi ragazzi sulla retta via. Manca loro l'empatia, cioè quella qualità che ci permette di metterci nei panni degli altri, di capire e toccare con mano, e con il cuore, le conseguenze di ciò che abbiamo fatto a un altro essere umano. In un mondo sempre più virtuale, diviene ogni giorno più difficile toccare con mano.

Mettere i bulli a confronto con le proprie vittime

Esiste uno strumento in Italia che si chiama mediazione. Consiste nel mettere a confronto un reo con la propria vittima. Si tratta di uno strumento molto delicato, perché nell'ottica di proteggere la vittima dalla cosiddetta vittimizzazione secondaria, si rischia di esporla nuovamente al dolore. Ciò che invece potrebbe, e dovrebbe essere fatto, è mettere a confronto il reo con le conseguenze inflitte alla sua vittima. Se i ragazzi che hanno dato fuoco a un barbone venissero costretti a prestare volontariato in strutture con grandi ustionati, a contatto con le atroci sofferenze che patisce un ferito del genere, forse, probabilmente, svilupperebbero un catartico 'insight', cioè la consapevolezza vera, reale, vissuta, intima, di aver causato un dolore immenso.

Se chi violenta le proprie compagne di scuola fosse obbligato a frequentare centri contro l'abuso alle donne, si renderebbe conto di che bestia, senza offesa per gli animali, è stato. Se chi picchia un disabile si trovasse a contatto con quelle meravigliose e straordinarie persone che vengono impropriamente definite 'disabili', certamente si sentirebbe un esseri abietto.

Scuola, famiglia e gruppi di pari, ecco la prevenzione

Va benissimo inviare i reparti speciali a Napoli, se ci si trova in uno stato di emergenza criminale, ma a quel punto il danno è stato fatto. I ragazzi, per definizione, sono ribelli. Questo meccanismo è fondamentale, diversamente da quanto si possa pensare, per l'emancipazione psicologia. I giovani, per trovare la propria identità, devono contravvenire. Alle regole, agli schemi, agli insegnamenti, anche alla legge. C'è però un caso in cui il gruppo può trasformarsi da gregge del terrore a spinta al cambiamento. I giovani non ascoltano gli insegnanti o i genitori, ma i loro pari. Per il fenomeno del peer-to-peer, i ragazzi tendono a fare quello che piace ai loro coetanei. Se qualcosa è 'sfigato' per il tuo gruppo di appartenenza, tu non lo fai, punto. Se qualcosa è 'figo', ti ci butti a capofitto. Inserire i bulli in un contesto di pari, dove gli altri ragazzi, il cui parere per loro è importante, fanno loro percepire quanto sia socialmente da sfigati essere dei bulli, può rappresentare davvero una soluzione, o quantomeno una possibilità concreta di azione. L'introduzione nelle scuole di gruppi di dibattito e confronto con genitori e figure di riferimento valide (come in genere sono gli istruttori di ginnastica o di musica), può servire fattivamente a parlare, discutere, elaborare un fenomeno prima che sia troppo tardi. C'è un detto: l'unica cosa che ti impedisce di fare una cosa è credere che quella cosa sia impossibile. Facciamo in modo che sconfiggere il bullismo, quello che si trasforma in criminalità, sia possibile.

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