In questi giorni, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha incontrato a Tripoli il premier libico riconosciuto dalle Nazioni Unite, Fayez al-Sarraj. In agenda, gli accordi pregressi sul contenimento dei flussi migratori e la ricerca di spazi per un'eventuale cessazione della guerra civile. Inoltre, Di Maio ha parlato di quella che sarà la posizione dell'Italia nell'apposita conferenza che si terrà a Berlino alla fine di gennaio.

In un secondo momento è volato a Bengasi per un summit con il generale Khalifa Haftar. Infine ha proseguito per Tobruk dove ha parlato con il presidente della Camera dei rappresentanti libica, Aguila Saleh Issa.

L'obiettivo del responsabile della Farnesina sarebbe quello di porsi come mediatore tra le parti, essendo in corso da alcuni mesi un'offensiva militare lanciata da Haftar nei confronti del governo di Tripoli. Questo ruolo, però, appare sempre più velleitario, stante l'escalation diplomatica attualmente perseguita dalla Turchia di Erdogan. Questi ha ottenuto da al-Sarraj il riconoscimento di un'ampia zona economica esclusiva nelle acque libiche controllate da Tripoli.

L'Italia non è più interlocutrice privilegiata della Libia dall'uccisione di Gheddafi

L'Italia, in realtà, ha perso il suo ruolo di interlocutrice principale della Libia sin dal 2011, quando scoppiò la guerra civile che rovesciò e tolse la vita al dittatore Gheddafi.

Il conflitto fu appoggiato dagli Stati Uniti di Obama e dalla Francia di Sarkozy, e in quel frangente il nostro Paese non fu in grado di impedirla. L'allora presidente USA credeva, con idealistica fiducia, che le "primavere arabe" avrebbero portato la democrazia nei Paesi islamici. Il secondo, più prosaicamente, voleva sostituire le compagnie petrolifere francesi nei trattamenti di favore riservate all'Eni da Gheddafi.

In seguito, la nostra diplomazia ha deciso di sostenere al-Sarraj, essendo questi riconosciuto dall'Onu. La Francia di Macron, invece, appoggia "di fatto" il generale Haftar. Tuttavia, se attualmente l'influenza italiana su Tripoli è in declino, quella transalpina su Bengasi pare sia stata ampiamente scavalcata dal vicino Egitto e soprattutto da Mosca.

Dunque anche in Libia, come in Siria, i protagonisti del confronto - sia pure per procura - sarebbero Erdogan e Putin.

È tuttavia un combattimento più apparente che reale quello tra il presidente russo e turco. I due, infatti - come hanno già fatto in Siria - sarebbero interessati ad accordarsi. Si presume, quindi, che anche in Libia possano essere entrambi a decidere diplomaticamente le sorti del Paese.

Erdogan e Putin potrebbero riproporre in Libia l'accordo già sperimentato in Siria

Nonostante l'embargo imposto dall'Onu, Erdogan rifornirebbe al-Sarraj di armi. Non sembra che siano esclusi - qualora dovessero ritenersi necessari - interventi sul campo dell'esercito turco. A tal proposito, nelle scorse settimane, i due presidenti hanno sottoscritto uno storico memorandum riguardante anche la citata intesa sullo sfruttamento delle risorse energetiche nel Mediterraneo.

Probabilmente i contenuti di quest'intesa hanno indotto Di Maio a recarsi immediatamente a Tripoli e a Bengasi. La capitale libica è supportata anche dalle truppe di Misurata, uno Stato nello Stato. Queste hanno già sconfitto a Sirte lo Stato islamico e sono abituate a combattere all'ultimo sangue.

Inoltre, pare che Erdogan voglia insediare a Tripoli i "fratelli musulmani", una formazione fondamentalista che appoggia i palestinesi di Hamas e che si trova all'opposizione in Egitto. Perciò quest'ultimo appoggerebbe Haftar, per questioni di sicurezza nazionale. Nel frattempo, anche Mosca sarebbe presente a Bengasi con i suoi osservatori/mercenari e i rifornimenti di armi e droni.

Solo Putin potrebbe convincere Haftar a cessare il fuoco

Il generale Haftar, sin dall'inizio della sua offensiva militare, ha affermato di essere vicino alla vittoria. In realtà, finora non ha fatto grandi progressi. Ha sostenuto che avrebbe cessato il fuoco solo dopo essere entrato a Tripoli. Ma Putin avrebbe forti argomenti per convincerlo a fare un passo indietro. Il prossimo 8 gennaio ha calendarizzato un incontro con Erdogan. Secondo gli osservatori, è molto probabile che il dialogo tra i due conduca a soluzioni analoghe a quelle trovate in Siria. È possibile anche che si valuti la suddivisione della Libia in due entità per separare i contendenti.

In tutto ciò, gli Stati Uniti hanno più volte affermato che la questione libica non rientra nei propri interessi geo-politici.

Donald Trump sarà presto impegnato nella campagna presidenziale e, inoltre, dovrà sostenere l'accusa di impeachment di fronte al Senato. Italia, Francia e Germania si sono riunite alcuni giorni fa a Bruxelles, invocando ancora una volta la pace, ma senza avere alcuna idea in proposito. In sostanza, ciò significa lasciare il passo a chi, invece, le idee sembra averle molto più chiare.

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