200.000 cittadini curdi hanno manifestato per le strade id Erbil, principale città curda dell’Iraq, a sostegno di Masud Barzani, Presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno e leader del Partito Democratico del Kurdistan (PDK). Ma nonostante questa dimostrazione di patriottismo curdo, in vista del referendum per staccare il Kurdistan dall’Iraq previsto per il 25 settembre, il processo di indipendenza sarà pagato a caro prezzo dagli stessi Curdi.

Minacce da parte di Turchia, Iran e Iraq, sale la tensione

Turchia, Iran e Iraq hanno espresso la loro ferma opposizione al plebiscito.

Il presidente turco Erdogan ha dichiarato che la provincia del Kurdistan non appartiene solo ai Curdi, ma anche a Turkmeni ed Arabi, e perciò ha ribadito la possibilità che Ankara e Teheran impongano sanzioni alla regione se dovesse svolgersi il referendum.

La Turchia è il partner economico principale del Kurdistan che, senza dover passare attraverso il governo centrale di Baghdad, riceve la maggior parte delle sue entrate esportando petrolio attraverso un oleodotto che porta alla città turca di Ceyhan. L'imposizione di sanzioni economiche, soprattutto da parte della Turchia, indebolirebbe gravemente l’economia curda. Teheran ha avvertito che in caso di referendum il Kurdistan dovrà aspettarsi delle conseguenze.

Il governo di Baghdad, senza mezze misure, ha dichiarato di essere pronto a dare il via ad un’azione militare. La Corte Suprema irachena ha definito illegale la consultazione.

Contrarietà a livello internazionale e tra gli stessi Curdi

Il Segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha dichiarato la sua contrarietà al referendum essendo una "decisione unilaterale".

Effettivamente non ha nemmeno ricevuto l'approvazione degli USA, principale alleato dei Curdi, secondo cui la questione distoglie l'attenzione dal problema principale nella regione, lo Stato Islamico.

Molti Curdi ritengono che questo non sia il momento giusto per l’indipendenza e che il referendum rientri solamente negli interessi politici del PDK, e non in quelli del popolo curdo.

Un conflitto contro l'Iraq e le sanzioni economiche potrebbero portare il Kurdistan sull’orlo del baratro.

L’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK), principale forza di opposizione curda, ha chiesto, con una dichiarazione all'ultimo momento, di posticipare le votazioni per motivi di sicurezza dichiarando di condividere l’opinione degli Stati Uniti sul referendum. La preoccupazione dell’UPK non è solamente quella che jihadisti possano avanzare, ma anche che la situazione in Kurdistan possa degenerare in uno scontro tra le Unità di Mobilitazione Popolare, appoggiate da Baghdad, e i Peshmerga, le forze armate curde.

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