Per lunedì 25 settembre il Kurdistan iracheno ha indetto uno dei più importanti referendum della storia della regione: quello sull'indipendenza. La data era stata stabilita alla fine della primavera in una riunione straordinaria tra i maggiori partiti curdi, quello del presidente Massoud Barzani, quello di Jalal Talabani e quello del centrista Gorran, che si erano trovati d'accordo dopo settimane di negoziati.

La vittoria indipendentista

Repubblica del Kurdistan, questo è il nome del nuovo Stato, che campeggia in inglese e curdo sulla copertina dei nuovi passaporti diplomatici.

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Un'aquila regge con la punta delle ali la stella curda. Il Kurdistan non sarà più "iracheno", "siriano" né soprattutto "arabo", una lingua scomparsa dai simboli statali e sostituita dall'inglese, la lingua occidentale per eccellenza, in riferimento agli Stati Uniti, i grandi protettori dei curdi iracheni.

La vittoria dei favorevoli all'indipendenza è scontatissima, ma è meno scontata la reazione del governo di Baghdad, contrario alla separazione della regione curda, anche perché è già dotata di larga autonomia, con un suo esercito, i Peshmerga e una forza di polizia completamente autonoma.

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A seguire, per il 6 novembre sarebbero fissate le elezioni parlamentari del nuovo Stato repubblicano curdo. L'Iran, la Turchia e gli Stati Uniti sono tendenzialmente favorevoli alla secessione di un Kurdistan indipendente e questo potrebbe farla spuntare sull'iraq. Le bandiere curde sventolano sempre più spesso senza quelle irachene a fianco, su tutti gli edifici pubblici, soprattutto a Erbil, la futura capitale, mentre il governo locale ha avviato lo stampaggio non solo dei passaporti diplomatici, ma anche quelli ordinari e le banconote della futura nuova valuta: il "draw", cioè denaro. I seggi e i comitati elettorali sono già pronti.

Attendere ancora o forse no

L'Occidente ha invitato il governo curdo a pazientare un altro po', ad aspettare la sconfitta definitiva dello Stato islamico - combattuto con apporto importantissimo proprio dai curdi - e le prossime elezioni legislative irachene. Ma i curdi sognano l'indipendenza da quasi un secolo, da quando negli anni '20 si confermarono essere un "popolo senza patria" col Trattato di Losanna, alla caduta dell'Impero Ottomano e poi ancora, tra il 1946 e il 1947, quando un'effimera repubblica curda al confine iraniano venne riconquistata dallo Scià di Persia.

Per ora non si vedono carri armati iracheni all'orizzonte né il governo iracheno ha intenzione di intervenire, anche se non accetta la secessione. Sarà la volta buona?

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