Luigi Di Maio candidato premier, somiglia tanto alla scoperta dell’acqua calda. Prima che ci saltino addosso i ‘duri e puri’ pentastellati, premettiamo che la nostra non è affatto una critica nei confronti del personaggio politico in questione, al contrario si tratta di un riconoscimento. Riteniamo infatti che nessuno, tra i ‘delfini’ di Beppe Grillo, sia più adatto al ruolo di leader del M5S che il prossimo anno tenterà la scalata a Palazzo Chigi: in fin dei conti, la sua candidatura in pectore è sempre stata piuttosto scontata. Trattandosi però dei Cinque Stelle, movimento che rivendica al suo interno una forma di democrazia sullo stile delle agorà elleniche, l’annuncio dello stesso Di Maio ha provocato le immancabili polemiche da parte dei famosi ‘ortodossi’, ormai sempre più ai margini del movimento e decisamente relegati al ruolo di scomoda zavorra.

In tutti questi mesi i grillini non hanno fatto altro che inseguire una faticosa trasformazione, da movimento di piazza in partito di governo. Una mossa palese e scontata che, a causa delle caratteristiche stesse che hanno determinato il successo elettorale pentastellato, si sta rivelando faticosa. Ma anche questo era prevedibile. Alle ultime elezioni amministrative, il M5S è andato incontro al primo flop della sua giovane esistenza ed i prossimi appuntamenti con le urne sono di fondamentale importanza, ad iniziare dalla Sicilia. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, la campagna per le regionali nell’isola più a sud del Paese è iniziata in salita ed anche in questo caso incombe una sorta di ‘notte dei lunghi coltelli’.

La stessa che ha causato il caso Genova e che alimenta il focolaio della rivolta ortodossa (molto piccolo ad onor del vero) nei confronti dell’ambizioso Di Maio.

Di Maio al momento è l’unico candidato

Naturalmente la candidatura di Luigi Di Maio sarà ufficializzata tramite le consultazioni online che coinvolgono tutti i militanti del M5S.

Al momento è l’unico candidato in corsa, nessun altro ha fatto il canonico passo avanti. Comunque vada, è facile prospettare un plebiscito a suo favore. Lo stesso attuale vice presidente della Camera, consapevole di non avere alcun avversario interno, parla già da consumato leader. L’annuncio parte dai banchetti di Caltanissetta, Di Maio è attualmente in tour in Sicilia per le citate elezioni regionali del 5 novembre.

In un post pubblicato sulla sua pagina Facebook ha ripercorso in breve la parabola del movimento. “Ignorati, derisi, poi hanno iniziato a combatterci”, è il senso del discorso rivolto alle altre forze politiche. Motivo per cui è il momento di “completare l’opera andando a Palazzo Chigi per far risorgere l’Italia. Così ho accettato la mia candidatura a premier”.

I motivi della contestazione

E, dunque, che notte dei lunghi coltelli sia. Il primo ad estrarre la lama è stato il deputato Luigi Gallo ed il nocciolo della questione è legato al ruolo futuro di Luigi Di Maio all’interno del movimento. Il regolamento parla chiaro: il candidato premier diventa in automatico il capo politico e la sua autorità, pertanto, non si limiterà solo alla scelta dell’eventuale squadra di governo o alla linea politica da seguire.

Dal M5S di Beppe Grillo al M5S di Luigi Di Maio”, è il titolo del post pubblicato su FB da Luigi Gallo che, per onor di chiarezza, elenca i compiti principali del ‘capo’, dall'indizione delle consultazioni online ai temi da votare; dalla ripetizione del voto per le modifiche al regolamento o per l'estensione di temi indirizzati ai militanti di una detta regione o città, alla scelta del collegio dei probiviri da mettere in votazione in rete. Quest'ultimo è una sorta di organo di garanzia del M5S che ha facoltà di sospendere o espellere gli iscritti. Ma anche in tal caso, il capo politico del M5S può, passando sempre dal voto telematico, cancellare la decisione del collegio dei probiviri. Insomma, dall'agorà ellenica al regime il passo è breve.

Questo il senso del post di Gallo che ha generato pareri contrastanti, ma più che altro di attivisti e simpatizzanti e non di altri parlamentari pentastellati.

La questione delle pendenze giudiziarie

Una delle cose che, oggettivamente, contestiamo al M5S è l’imprudenza di alcune scelte politiche. La modifica del regolamento interno, sancita mesi fa sempre dalle consultazioni in Rete, fu un salvagente lanciato al sindaco di Roma, Virginia Raggi. In base al vecchio regolamento, la sua iscrizione nel registro degli indagati doveva determinarne la sospensione, ma considerato che in Italia esiste una presunzione di innocenza, è stato deciso di dar luogo alle sanzioni interne in caso di condanna in un procedimento giudiziario o in presenza di un'indagine per reati di una certa gravità.

La decisione, di per sé, non ha nulla di scandaloso ed era evidente che bisognava fare qualcosa per ‘blindare’ quella che, ad oggi, è stata la vittoria politica più importante del movimento. Tutto questo però cozza con la morale giustizialista dell'ala ortodossa. Dunque, l’opportunismo è lecito, ma una maggiore prudenza non guasterebbe. Senza la modifica del regolamento, comunque sia, la corsa di Luigi Di Maio verso Palazzo Chigi non sarebbe stata possibile, visto che il vice presidente della Camera è a sua volta indagato per diffamazione dalla Procura di Genova dopo la querela presentata dall’ex candidato sindaco, Marika Cassimatis. Tra coloro che protestano c’è Riccardo Nuti, deputato grillino sospeso dopo il suo presunto coinvolgimento nello scandalo delle firme false a Palermo.

Sempre sui social, il parlamentare siciliano contesta apertamente la scelta di candidare Di Maio alla presidenza del Consiglio ed anche la mancata sospensione di Virginia Raggi. Ma nel suo caso si becca una sfilza di commenti critici. Lo stesso Di Maio fa ‘spallucce’ ed il suo parere è in linea con il nuovo regolamento: non potrebbe essere altrimenti. “Penso che non sia candidabile chiunque sia indagato per reati gravi. Se ti becchi una querela come nel mio caso, la cosa è evidentemente diversa”.

Il candidato più ‘logico’

Alla fine, sembra che Luigi Di Maio abbia apertamente il sostegno del popolo pentastellato oltre che quello di Beppe Grillo e le polemiche che ne conseguono sono piuttosto strumentali.

Ma sono diventate una consuetudine che, in certe realtà locali, si sono rivelate estremamente dannose perché sfociate in ricorsi che hanno avuto successo. Il caso Cassimatis è un esempio ed a Genova, la città di Grillo, il M5S ha perso ogni possibilità di successo elettorale già prima del voto. Non la vediamo bene nemmeno in Sicilia, dove le ‘regionarie’ sono state sospese a causa del ricorso presentato da Mauro Giulivi dopo la sua esclusione alle votazioni online che hanno designato Giancarlo Cancellieri come candidato presidente della Regione. Tutto questo, unito alle pesanti ombre gettate dallo scandalo palermitano delle firme false, non giova alle truppe grilline in terra siciliana. Nel caso di Luigi Di Maio candidato premier, ovviamente, non ci sarà alcun ricorso.

Però il movimento ha il dovere ripulirsi dalle proprie scorie e marciare compatto verso il suo appuntamento più importante, le elezioni politiche del 2018. Alla fine questa candidatura è davvero l’unica scelta logica per compattare le molteplici anime di un’area politica variegata ed atipica. Se per fare questo sono necessari i lunghi coltelli, ben vengano: un’affermazione con la quale crediamo di interpretare il parere dei vertici pentastellati. Il M5S vuol provare a vincere e governare il Paese, onestamente i numeri per una maggioranza sono lontani, ma è un problema comune a tutte le forze politiche. Pertanto, ha deciso di far politica sul serio e si affida al più politico dei suoi aspiranti leader.

Tutto il resto sono chiacchiere da bar o, se preferite, da meetup.

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