Non è una novità sentir dire che nello stivale il fenomeno della corruzione è dilagante e ben radicato nel sistema politico, delle pubbliche amministrazioni ed anche tra i privati.

Il nuovo report, pubblicato il 10 ottobre, di Transparency international ne da l’ulteriore conferma. Secondo l’Indice di percezione della corruzione, l’Italia è il terzo Paese più corrotto d’Europa, alle spalle di Grecia e Bulgaria.

Se prendiamo il dato globale, il nostro Paese nel mondo occupa il 66esimo posto, su un totale di 176 Stati. In particolare l’Italia ha ottenuto una valutazione complessiva di 47 punti su 100, ponendosi in linea con i risultati di Brasile e Cina, molto distante dai Paesi virtuosi del Nord Europa, che hanno ottenuto punteggi superiori a 80/100.

Dal 1 gennaio al 30 settembre 2017 gli organi di stampa hanno riportato 566 casi di corruzione.

Ma qual è il problema dell’Italia?

Il report di Transparency analizza diversi aspetti del fenomeno, dal comportamento dei privati a quello dei rappresentati delle istituzioni, dalla normativa vigente, alla sua applicazione, senza trascurare l’aspetto culturale del fenomeno e la responsabilità dei media.

Secondo lo studio, le leggi contro la corruzione in Italia sono valide, avendo ottenuto un punteggio di 62 su 100, non certo eccellente ma comunque buono.

Il problema sta nella sua applicazione, che risulta essere carente. In soldoni, l’Italia non è in grado di contrastare i fenomeni di corruzione.

Tuttavia un miglioramento rispetto agli anni precedenti c’è stato secondo il report. Dal 2012 ad oggi l’Italia è passata dal 78mo al 66mo posto, mentre nel punteggio ha guadagnato 5 punti passando da 42 a 47/100, grazie all’approvazione delle leggi sulla corruzione tra privati, sull’autoriciclaggio e del codice degli appalti.

Troppo poco comunque e a pensare che la corruzione sia diminuita negli ultimi 4 anni è solo il 4% degli italiani.

I problemi principali nel contrasto alla corruzione sembrano essere quelli legati alla mancanza di tutele per chi segnala i casi di corruzione (qui l’Italia ha preso un punteggio di 25 su 100) e le pene inidonee a scoraggiare i comportamenti corruttivi (45 su 100 è il punteggio ottenuto con riferimento a sanzioni e applicazione della legge).

Inoltre manca una regolamentazione sulle attività delle lobby (dei gruppi di pressione, come grosse aziende, associazioni e altri soggetti, che influenzano o addirittura riescono a imporre decisioni politiche). La valutazione sotto questo aspetto è di 29 su 100.

Il Presidente dell'Autorità anticorruzione Raffaele Cantone, invitato alla presentazione ufficiale del rapporto, ha invocato una legge sul lobbying, sul whistleblowing (sulla tutela di chi, all'interno di organizzazioni, società, enti pubblici, denuncia comportamenti corruttivi), sul rafforzamento dei presidi anticorruzione nelle pubbliche amministrazioni e sulle fondazioni che finanziano i partiti, già finite tra le polemiche in qualche occasione per operazioni considerate poco trasparenti.

Inoltre Cantone ha auspicato la semplificazione delle normative per scoraggiare abusi e ha sostenuto la necessità di investire nell’educazione civica dei giovani per formare ‘una società più informata, consapevole e attiva’.

La responsabilità dei mass media

Nel report si fa riferimento anche alla responsabilità della società civile e dei mass media.

In particolare gli organi di informazione non farebbero abbastanza nel promuovere la lotta alla corruzione e favorire una cultura della legalità. Risulterebbe svilito il loro ruolo “cani da guardia” del potere e delle malefatte della società, non accendendo abbastanza i riflettori sui fenomeni di corruzione. Sono rari gli approfondimenti sul tema, così come le campagne mediatiche di sensibilizzazione, quando invece sarebbe fondamentale affrontare il fenomeno anche dal punto di vista culturale. Sul ruolo dei media e della società civile, l’Italia ha ottenuto un punteggio di 42/100.

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