In Lombardia e in Veneto i cittadini si sono recati alle urne per esprimersi a favore o meno di un maggior grado di autonomia delle loro regioni rispetto allo Stato centrale. Il referendum, che ha carattere consultivo, cioè non vincolante, ha visto un netto trionfo del ''Sì'', che ha registrato percentuali molto superiori al 90%. L'affluenza in Veneto è stata del 57.2%, validando così l'esito che necessitava del voto della maggioranza degli aventi diritto.

In Lombardia, invece, dove non c'era quorum, dal momento che la mozione è passata con maggioranza qualificata al Consiglio regionale, il dato definitivo (38%) è arrivato con un ritardo di ben 20 ore rispetto alla chiusura dei seggi, il tutto a causa di criticità tecniche legate all'uso del nuovo sistema elettronico di voto.

Cosa prevedono questi referendum?

Oggetto della contesa sono le cosiddette materie concorrenti, ovvero quelle 20 materie elencate all'articolo 117 comma 3 della Costituzione, in cui la potestà legislativa è in capo alle Regioni, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, che spetta allo Stato.

A queste, poi, si aggiungono le tre materie, di competenza esclusiva dello Stato, previste all'articolo 116 comma 3: organizzazione della giustizia di pace, norme generali sull'istruzione, tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali. Tale disposizione costituzionale, infatti, garantisce la possibilità di richiedere ulteriori forme di autonomia su iniziativa della Regione, sentiti gli enti locali.

Lombardia e Veneto vorrebbero, dunque, recuperare queste 23 materie, eliminando la concorrenza dello Stato e sfruttando l'onda d'urto della volontà popolare che si è appena espressa. Ora, dopo un secondo passaggio di rito in Consiglio regionale, delegazioni regionali presenteranno un proprio disegno di legge al Governo, che dovrà, però, essere approvato a maggioranza assoluta dai componenti delle Camere.

Lo scopo precipuo di tale iniziativa è quello di aumentare la competitività delle due regioni, per far fronte alle sfide globali sempre più complesse. Ad esempio, il governatore della Lombardia, Maroni, parlando dell'enorme peso nell'export, ha promesso, in caso di successo, più investimenti nella ricerca e nell'internazionalizzazione. Il presidente del Veneto, invece, Luca Zaia, ha dato priorità al lavoro e alla politica industriale, potendo contare su un tessuto imprenditoriale fra i più sviluppati in Italia e che di più ha risentito della recente crisi economica.

La questione del residuo fiscale

Tuttavia, su uno dei punti più importanti della campagna referendaria è nato un acceso dibattito: il residuo fiscale. Quest'ultimo non è altro che la differenza fra tutte le entrate (fiscali e non) che le Regioni prelevano dal territorio e versano allo Stato e le risorse che vengono effettivamente spese in quel territorio, attraverso soprattutto investimenti e trasferimenti ad enti pubblici.

Non a caso, Lombardia e Veneto possono vantare i residui fiscali a proprio sfavore tra i più alti d'Italia, rispettivamente 54 miliardi e 15 miliardi di euro, secondo i dati relativi al 2016. L'Emilia Romagna, a cui potrebbe allargarsi questa spirale autonomistica, ne vanta 18 miliardi. Tenendo conto della popolazione di ciascuna regione e andando, di conseguenza, a ridefinirlo, è ancora la Lombardia a presentare il residuo fiscale pro-capite più alto, con 5.217 euro per cittadino. Seguono, ad una distanza non più abissale, Emilia Romagna con 4.239 euro e il Veneto con 3.141 euro per cittadino. La bilancia, come prevedibile, pende favorevolmente al Sud, dove la Sicilia ha il deficit più elevato, con -10.6 miliardi, cioè versa meno di quanto riceve dallo Stato. Seguono, poi, Puglia ( -6.4 miliardi), Calabria (-5.8 miliardi) e Campania (-5.7 miliardi).

In quest'ottica, Zaia, durante la conferenza stampa post-voto, ha detto che si dirigerà a Roma con l'obiettivo di chiedere il 90% delle entrate che il Veneto corrisponde allo Stato. Meno drastico è stato invece Maroni, che punta almeno al 50% delle tasse. Qui sorge un grosso problema, perché la Costituzione non prevede la richiesta di autonomia fiscale, ma permette soltanto cambiamenti nella spesa a fronte di maggiori trasferimenti. Di qui, l'obiezione di incostituzionalità delle richieste che viene mossa dagli ambienti governativi.

Inoltre, il concetto di residuo fiscale contiene grosse lacune, dal momento che è difficile attribuire ad ogni regione il gettito complessivo e le spese dello Stato. Pensiamo, per esempio, alla spesa per la difesa, che magari comporta l'installazione di un dispositivo di localizzazione in Basilicata, o ancora ai finanziamenti per un'università in Emilia Romagna. E' chiaro, infatti, che, nel primo caso, quel dispositivo difenderà non solo la Basilicata, ma tutta l'Italia, mentre, nel secondo caso, gli studenti del Sud garantiranno notevoli risorse a quell'università.

Sembrerebbe, a questo punto, più utile ragionare in termini di efficentamento del sistema pubblico, di miglioramento della spesa e di controllo degli enti pubblici, attraverso meccanismi di penalizzazione e non di premialità. Il problema principale resta, cioè, quello dell'abbassamento generale del livello medio dei servizi, risolvibile attraverso una vera e propria riforma di sistema e non attraverso uno scollamento, dovuto ad una perdita del senso di solidarietà nazionale, che porterebbe una secessione velata come quella portata avanti in questi giorni di campagna referendaria.

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