Dopo l'ordinanza emessa dal sindaco di Roma Ignazio Marino, che vietava di bere acqua dei rubinetti e di utilizzarla per igiene personale rivolta a circa 500 famiglie della zona a nord della capitale, si preannunciano grane giudiziarie per gli amministratori comunali.

L'esposto del Codacons

Il procuratore aggiunto Roberto Cucchiari ha infatti avviato un indagine per verificare se, nella vicenda della presenza nell'acqua di arsenico in quantità superiori ai limiti di legge, possano essersi verificate "omissioni o ritardi da parte degli amministratori nelle informazioni rese agli utenti".

Così recita l'esposto presentato in procura dal Codacons.

L'associazione dei consumatori afferma che, del divieto con cui il Campidoglio ha vietato l'utilizzo dell'acqua fino al 31 dicembre 2014, nessun organo ufficiale del Comune ha dato comunicazione ai cittadini. L'esposto verte quindi sul fatto che "l'opinione pubblica ha avuto l'allarme in ritardo rispetto all'ordinanza del sindaco e grazie alla stampa e non agli organi istituzionali".

Quella della presenza di arsenico nell'acqua potabile è una storia vecchia i cui contorni iniziano a delinearsi nel 2001, a seguito di una direttiva dell'Unione Europea che fissava i limiti della presenza di tale sostanza in 10 milligrammi per litro.

L'Italia recepiva la direttiva, ma consapevole della fatiscenza della rete idrica in alcune zone del Paese, chiedeva una deroga allo scopo avere maggior tempo per riportare i valori entro i limiti fissati.

Deroga concessa e più volte rinnovata. Le dimensioni del problema diventano note solo nel 2010, a seguito di un'indagine di Legambiente secondo la quale erano 128 i Comuni italiani con valori di arsenico nell'acqua superiori a 20 milligrammi per litro, limite stabilito dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, di cui ben 91 nelle province di Roma, Viterbo e Latina.

A seguito dell'evidenza che il problema riguardava essenzialmente il Lazio, l'Acea, azienda che gestisce l'acquedotto romano, si impegnava a riportare entro il 2012 i livelli entro i limiti consentiti dall'OMS, ma le 500 famiglie oggetto dell'attuale divieto sono servite da acquedotti rurali gestiti dall'Arsial (Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l'Innovazione dell'Agricoltura) che, si legge nell'ordinanza del Comune, saranno prossimamente trasferiti alla gestione dell'Acea.

Rimane il particolare che, per statuto, l'Acea può acquisire solo reti idriche a norma, il che esclude automaticamente quanto affermato dall'amministrazione romana. Nell'attesa che nella zona nord della Capitale d'Italia arrivi finalmente l'acqua potabile e che la procura accerti le responsabilità nella gestione dell'incredibile vicenda, 500 famiglie continueranno a dipendere dai rubinetti delle autobotti e a pagare bollette sulle quali compare, forse ironicamente, la dicitura "acqua non potabile"