Nel clima difficile di questi giorni, la paura si manifesta nei comportamenti quotidiani e rischia di condizionare la nostra vita. I continui allarmi correlati alla paura di incappare in un attacco terroristico da parte di persone cresciute vicino a noi sembrano aumentare le risposte cariche di tensione, addirittura i comportamenti isterici, che sembrano aver soppiantato quelle sfiducie verso la società che fino a pochi giorni fa erano rappresentate dagli episodi di violenza. Il tutto è unito alla sensazione che lo Stato non dia risposte ai continui furti, alle violenze private, alla presenza di immigrati e nomadi nelle nostre città, fonte continua di tensione. Ora tutto questo sembra soppiantato da quello che viene considerato il terrorismo jihadista, impersonato prima da al Qaeda ed ora dall’Isis.

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La psicologia dell’emergenza

Tornare a parlare quindi di psicologia dell’emergenza, che rappresenta la comprensione dei processi psichici che interessano le persone e i gruppi coinvolti direttamente e indirettamente in incidenti stradali, aggressioni, disastri antropici o naturali, atti terroristici, risulta una priorità per prevenire i comportamenti rischiosi, soccorrere le persone in crisi, ricostruire e riparare i traumi.

Questa negli ultimi anni si è caratterizzata per il suo rapido e importante sviluppo. In particolare, sono state messe a punto e verificate metodologie e pratiche.

Si è diffusa, anche a livello culturale e di opinione pubblica, una buona sensibilità verso gli aspetti emotivi, cognitivi e sociali, coinvolti nelle dinamiche interpersonali in emergenza. 

Come gestirla?

Fabio Sbattella, direttore dell’unità di psicologia dell’emergenza dell’Università Cattolica di Milano e psicologo volontario nelle emergenze nazionali e internazionali afferma che è aumentata chiaramente la diffidenza interpersonale ed è diminuita la disponibilità a frequentare luoghi pubblici, ma bisogna segnalare che questi sono fenomeni che erano già in corso, e secondo i dati Istat l’indicatore di fiducia interpersonale ha segnato nell’ultimo anno un deciso calo.

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Dal giorno dell’attentato di Parigi c’è stato un aumento di queste reazioni di chiusura. Queste reazioni si possono considerare una prima vittoria dei terroristi? No, si tratta di una reazione fisiologica, e come tutte le reazioni di questo tipo hanno una fase di apice ed una di calo.

È opportuno per tutti alzare la nostra consapevolezza e la vigilanza di ‘una tacca’. In una scala da 1 a 10, una tacca è un buon passo ma non così stravolgente. Alzarlo fino alla tacca numero 10 è eccessivo perché non corrisponde alla realtà, così come è eccessivo far finta che nulla sia accaduto, ma è importante concentrarsi sulle risorse positive anche in termini di fiducia con gli altri.