Una scoperta sensazionale nel campo delle scienze arriva dagli Stati Uniti, e più precisamente da un gruppo di ricercatori guidato dalla dottoressa Beth Levine dell' Università del Texas che, dopo anni di ricerche e di sperimentazioni, sono giunti all' eccezionale risultato.

La correlazione gene-proteina-effetto

Per i non addetti ai lavori, bisogna sapere che il DNA è costituito da basi azotate (che possono essere paragonate a dei mattoncini) e che in questo sono presenti geni, unità fondamentali per l' ereditarietà dei caratteri specifici, ovvero sequenze ben precise di basi azotate.

I geni contengono un' informazione che deve essere decriptata e trascritta. Ognuna di queste informazioni rappresenta una proteina, una sequenza di aminoacidi, che nel corpo umano può assolvere a diverse funzioni.

Il gene in questione è chiamato "BECN1", che codifica per la proteina "Beclin 1". Questa ha un ruolo fondamentale nel processo di autofagìa, e quindi di "degradazione selettiva" di acluni componenti cellulari del corpo umano. In sostanza la proteina in questione ha la funzione di attivare o disattivare quel processo di distruzione di elementi che, a causa dello stress o col passare del tempo, sono stati danneggiati, per far sì che se ne sintetizzino di nuovi e più efficienti.

Ma "Beclin 1" entra in gioco anche nel momento in cui l' organismo è invaso da corpi estranei (che possono essere o meno patogeni), riconoscendoli e attivando la grande macchina del sistema immunitario, che ha il compito di distruggerli.

Le applicazioni pratiche

La prevenzione dei tumori e una minore probabilità di sviluppare diverse malattie a cuore e reni oltre che una valida soluzione per l'invecchiamento precoce e le patologie legate ad esso, queste sono le capacità (pressoché illimitate) che l'attivazione di questa proteina potrebbe esprimere.

Per ora, le applicazioni sui topi hanno portato ad un aumento del tasso di riciclo di elementi danneggiati nel cervello e nei muscoli, aumentando le capacità cognitive e motorie nei roditori affetti da modelli murini del morbo di Alzheimer. Tutto fa presagire ad un'applicazione futura sull'uomo e sulle problematiche legate alla progerìa (che mediamente colpisce 1 individuo su 4 milioni).

Non sono mancati complimenti da parte di colleghi e non verso tutto il team di ricerca che si è dimostrato perseverante negli studi. La futura attivazione di Beclin 1 fa prevedere un aumento di qualità e durata di vita del 10%, donando nuove speranze a chi prima non ne aveva.