L'Alzheimer, come sappiamo, è una malattia neuro-degenerativa per la quale, attualmente, non esiste una cura. Si può solo cercare di rallentarne il lento processo di distruzione della memoria che crea facendo perdere all'individuo che ne è affetto quello che lo rende, appunto, una persona. Cioè i suoi ricordi e il suo background. In pratica, l'Alzheimer trasforma la persona che abbiamo sempre conosciuto in un'altra completamente diversa.

D'altra parte, è stato appena pubblicato sulla rivista scientifica "Nature Medicine" uno studio americano condotto dal team di ricercatori del German Center for Neurodegenerative Diseases e dalla Scuola di Medicina della Washington University a St Louis.

In questo studio viene descritta la metodologia di analisi di un nuovo test del sangue che, una volta messo a punto, potrebbe consentire di diagnosticare con diversi anni di anticipo l'insorgenza di questa tremenda malattia neurologica che, in tutto il mondo secondo delle recenti statistiche, affligge quasi 50 milioni di persone.

Le ipotesi di partenza dello studio

L'idea di sviluppare un test del Sangue per diagnosticare quanto più precocemente l'insorgenza dell'Alzheimer non è nuova, anzi. Fino ad oggi gli scienziati si erano concentrati, essenzialmente se non esclusivamente, sulla quantificazione della proteina beta-amiloide, responsabile della formazione delle placche che sono all'origine della malattia.

I ricercatori dell'Università di Washington, invece, hanno deciso di percorre una strada differente. Hanno puntato il faro dell'attenzione sui livelli di concentrazione di un'altro marcatore, i cosiddetti neuro-filamenti. Il neuro-filamento è una struttura citoscheletrica caratteristica dei neuroni di cui costituisce la struttura neuro-fibrillare di sostegno.

Se questi neuro-filamenti vengono rilevati nel torrente sanguigno indicherebbero che si sta verificando un processo neuro-degenerativo e, di conseguenza, di morte cellulare.

Come si è svolto lo studio

I ricercatori della Washington University, guidati dal Dottor Mathias Jucker del German Center for Neurodegenerative Diseases di Tubinga, hanno preso in esame diversi individui con una forma di Alzheimer di tipo ereditario e con un esordio precoce, in genere prima dei 50 anni.

Lo scopo era quello di studiare i meccanismi che avvengono a livello cerebrale quando insorge la malattia.

Secondo alcune statistiche citate dal quotidiano "La Stampa", i figli di persone a cui è stata diagnosticata la malattia di Alzheimer hanno il 50% di probabilità in più di sviluppare la malattia alla medesima età. Di conseguenza, i ricercatori americani hanno potuto analizzare cosa accade a livello cerebrale anni prima della comparsa dei primi sintomi.

I risultati dello studio

L'analisi del sangue di questi soggetti portatori sani della variante genica analizzata ha potuto rilevare dei livelli crescenti di neuro-filamenti con il passare del tempo. L'accumulo di questi neuro-filamenti, secondo gli scienziati, avviene con notevole anticipo rispetto alla prima comparsa dei sintomi.

I soggetti, invece, che presentavano la variante sana del gene avevano anche dei livelli stabili dei neuro-filamenti. Secondo i ricercatori i differenti livelli di neuro- filamenti erano rilevabili fino a 16 anni prima.

Inoltre, i pazienti sono stati sottoposti a risonanza magnetica e coloro che presentavano un alto livello di neuro-filamenti nel sangue avevano anche un'assottigliamento e restringimento di alcune aree cerebrali. Questo ha portato i ricercatori americani a concludere che maggiore è la concentrazione di neuro-filamenti presente nel sangue più veloce è il decadimento neuro-degenerativo del paziente stesso. Per di più, anche se i neuro-filamenti non sono marcatori specifici delle demenze, vengono rilevati nel torrente sanguigno anche quando il paziente è affetto da altre malattie neuro-degenerative, come ad esempio il Parkinson o la Sla.

In effetti, come mette in evidenza Stefano Cappa dell'Irrcs del Fatebenefratelli di Brescia, questo test potrebbe essere uno strumento alternativo efficace per la diagnosi della malattia e, sicuramente, meno invasivo del prelievo del liquido cerebro-spinale. L'obiettivo, secondo quanto riferisce il Dottor Cappa, è quella di utilizzare per la diagnosi una combinazione di bio-marcatori che possano essere utilizzati per predire le varie forme di demenza.