L’ippocampo, una struttura del cervello grande quanto un anacardi, è la sede dove immagazziniamo i nostri ricordi e le nostre emozioni. Questa struttura è suddivisa in diversi domini, ognuno con una funzione distinta. In un articolo pubblicato su Current Biology, Ramirez e un team di collaboratori operanti alla Columbia University, hanno dimostrato che è possibile manipolare la memoria in modo selettivo. Un giorno si potrebbe immaginare di intervenire sull'uomo andando a cancellare ricordi che generano ossessione.

Un microchip a forma di anacardi

Esperienze ed emozioni che accompagnano la nostra vita hanno un senso perché sono associate a dei ricordi. E questi vengono immagazzinati in una struttura del cervello che si chiama ippocampo. Dalla forma e grandezza di un anacardi. In questa struttura ci sono diverse regioni o domini che hanno funzioni distinte. Le regioni “dorsali” codificano informazioni su spazio e tempo e sono preposte alla elaborazione di esperienze memorizzate nel tempo.

Quelle “ventrali” codificano informazioni attuali, associate a stati di stress, ansia e stati emotivi elaborando e memorizzando le esperienze quotidiane.

Precedenti studi avevano dimostrato che una stimolazione della zona dorsale poteva influenzare i ricordi, sia positivi che negativi, custoditi nella nostra memoria. Ma poco si sapeva sugli effetti di una stimolazione della zona ventrale.

Quello appena pubblicato da Steve Ramirez e coll., su Current Biology, riporta le conclusioni di uno studio sugli effetti di una stimolazione acuta, cronica o differenziata dei neuroni dell’asse dorso-ventrale dell'ippocampo. Una stimolazione acuta di questa zona porta ad un “congelamento” dei ricordi mentre una stimolazione cronica ha portato ad una riduzione delle reazioni o comunque ad una migliore gestione emotiva in condizioni di paura.

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Un aumento dell’attività baso-laterale invece potenzia la memoria associata a stati di paura.

Questi risultati, per ora osservati su animali di laboratorio, inducono a pensare che è quindi possibile, attraverso una differente stimolazione delle diverse zone dell’ippocampo, ridurre o potenziare alcuni ricordi. La memoria è quindi un processo flessibile.

Il “disturbo da stress post-traumatico” (PTSD) è una patologia debilitante che può svilupparsi in persone che hanno subito un trauma da stress.

Oltre a questo, anche altri disturbi, come depressioni e ansia, potrebbero un giorno essere gestiti stimolando regioni specifiche dell’ipotalamo.

Ora questo è stato dimostrato sugli animali. Il passaggio sull'uomo non sarà certamente imminente ma già l’idea che un simile meccanismo funzioni sugli animali lascia ben sperare che ben presto lo stesso potrebbe essere applicato anche in clinica.

Manipolazione della memoria

Stimolando artificialmente le cellule della memoria nella parte inferiore dell'ippocampo del cervello, i ricordi negativi possono peggiorare, diventando ancora più debilitanti. Al contrario, stimolando le cellule della memoria nella parte superiore dell'ippocampo è possibile rimuovere brutti ricordi, rendendoli meno traumatici.

Per ora questo è stato dimostrato sugli animali, in laboratorio, usando una tecnica chiamata optogenetica. Si tratta di un nuovo approccio che combina tecniche ottiche a rivelazioni genetiche allo scopo di sondare (in tempi dell’ordine di millisecondi) i circuiti neuronali all'interno di cervello di organismi viventi e comprendere le modalità di elaborazione e trasformazione delle informazioni tra neuroni.

In questo caso, i ricercatori hanno mappato le cellule dell'ippocampo che venivano attivate quando dei topi maschi avevano una esperienza positiva (es., la presenza di un topo femmina), neutre e negative (es., una stimolazione elettrica sotto le zampe). In questo modo hanno identificato le cellule che partecipavano al processo di memorizzazione. In un secondo momento, tramite un fascio di luce laser che colpiva le cellule della memoria, i ricercatori sono riusciti ad attivare questi neuroni artificialmente facendo riemergere dei ricordi specifici (positivi o negativi, a seconda della zona stimolata).

Steve Ramirez, un neuroscienziato affascinato dai meccanismi che regolano la memoria e che lavora all'Università di Boston dove è stata condotta questa ricerca, crede che l’ipotalamo possa contenere le chiavi di future tecniche terapeutiche per il trattamento della depressione, dell'ansia e del PTSD. Migliorando i ricordi positivi o sopprimendo quelli negativi.

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