Un nuovo studio potrebbe cambiare in modo significativo l’approccio terapeutico al glioblastoma, uno dei tumori cerebrali più aggressivi e difficili da trattare negli adulti. La ricerca, condotta da un team di Brown University Health, ha individuato un meccanismo biologico finora poco compreso che aiuta a spiegare perché molte terapie falliscono e apre la strada a un nuovo approccio terapeutico basato sulla terapia . I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista scientifica Cell Reports, offrono una nuova chiave di lettura sul comportamento delle cellule tumorali e sul loro modo di reagire ai trattamenti farmacologici.

Il glioblastoma: un tumore aggressivo e resistente alle cure

Il glioblastoma è un tumore del cervello che rappresenta una delle principali sfide dell’oncologia moderna. Nonostante la possibilità di intervenire con la chirurgia, seguita da radioterapia e chemioterapia, la prognosi resta spesso sfavorevole e le recidive sono estremamente frequenti. Anche dopo trattamenti aggressivi, il tumore tende a ripresentarsi in tempi relativamente brevi. Una delle ragioni principali di questa resistenza è che le cellule tumorali non si comportano tutte allo stesso modo: anche all’interno di un singolo tumore convivono cellule sensibili ai farmaci e cellule capaci di sopravvivere, continuando ad alimentare la crescita della massa tumorale.

L’eterogeneità cellulare come chiave del fallimento terapeutico

Da tempo si sa che i tumori sono composti da popolazioni cellulari diverse, ma finora la ricerca si è concentrata soprattutto sulla risposta “media” del tumore alle terapie. Questo approccio, sebbene utile, rischia di nascondere i meccanismi che consentono ad alcune cellule di sfuggire ai trattamenti. Il team guidato dal neurochirurgo Clark Chen, direttore del programma sui tumori cerebrali della Brown University, ha invece ribaltato questa prospettiva, analizzando in dettaglio le differenze tra le singole cellule all’interno dello stesso tumore. Questo cambio di paradigma ha permesso di individuare processi biologici cruciali che spiegano la resistenza del glioblastoma alla chemioterapia.

Il ruolo dell’RNA e di una proteina chiave

I ricercatori hanno scoperto che una piccola molecola di RNA, chiamata miR-181d, agisce come un regolatore centrale della produzione di MGMT, una proteina coinvolta nei meccanismi di riparazione del DNA. La proteina MGMT permette alle cellule tumorali di riparare i danni provocati dalla chemioterapia, rendendole più difficili da eliminare. Il problema è che non tutte le cellule del glioblastoma producono la stessa quantità di MGMT: alcune ne esprimono livelli molto elevati, mentre altre livelli molto più bassi. Questa disomogeneità fa sì che, mentre una parte delle cellule tumorali viene eliminata dal trattamento, un’altra riesca a sopravvivere.

Quando la chemioterapia favorisce le cellule più resistenti

Paradossalmente, lo studio ha mostrato che la chemioterapia stessa può peggiorare questa situazione. Durante il trattamento chemioterapico del glioblastoma, infatti, i livelli di miR-181d tendono a diminuire. Questo calo amplifica le differenze tra le cellule del glioblastoma, favorendo la sopravvivenza di quelle con elevata produzione di MGMT. Queste cellule più resistenti riescono a superare il trattamento e diventano responsabili della ricrescita del tumore, rendendo inefficaci le terapie nel lungo periodo.

Una nuova strategia per rendere il tumore più vulnerabile

Ripristinando i livelli di miR-181d direttamente nel tumore, i ricercatori sono riusciti a ridurre l’eterogeneità cellulare e a rendere le cellule tumorali più uniformi e sensibili alla chemioterapia.

Secondo Gatikrushna Singh, professore associato di neurochirurgia presso la University of Minnesota, questa scoperta non solo aiuta a comprendere perché i tumori mantengano un’elevata variabilità interna, ma apre anche la strada allo sviluppo di terapie geniche potenzialmente rivoluzionarie. Sebbene siano necessari ulteriori studi clinici, i risultati rappresentano un passo importante verso trattamenti più mirati ed efficaci per una patologia che, ancora oggi, offre poche opzioni terapeutiche realmente risolutive.