C’era una volta una grande squadra di calcio che si chiamava Internazionale. Tre persone la resero indimenticabile: Angelo Moratti, presidente, Italo Allodi, re del mercato, Helenio Herrera, allenatore. Oggi la ricordiamo come l’Inter di Helenio Herrera.
Herrera fu chiamato all’Inter da Moratti nel 1960 e si affermò come un allenatore stratega, un innovatore. Creò un modulo di gioco capace di esaltare le caratteristiche dei singoli giocatori.
Prima di incontrare una squadra più forte, Herrera affiggeva cartelloni negli spogliatoi per allontanare la paura che fa sbagliare i gesti più semplici.
Siete giovani, più veloci, più squadra. Vinceremo! E i giocatori credevano nell’obiettivo e vincevano partite impossibili, ribaltavano risultati drammatici. Per queste capacità Herrera fu soprannominato “il Mago”.
Ma non faceva magie, preparava con meticolosità le partite. Il suo gioco era fatto di pressing, di ritmo, ma anche d’intelligenza, di studio dell’avversario, di sorpresa, imprevedibilità.
In 8 anni conquistò due Coppe dei Campioni (1964,1965), due Coppe Intercontinentali (1964, 1965) e tre scudetti (1963, 1965 e 1966), un quarto ne perse all’ultima giornata per una memorabile papera del portiere.
Sarti, parava con apparente semplicità grazie ad un insuperato senso della posizione. Tanti trionfi e l’ombra di una papera contro il Mantova.
Burgnich, soprannominato la roccia, insuperabile. Serietà, concentrazione e coraggio. È stato uno dei più grandi terzini degli anni sessanta.
Facchetti, inventò il ruolo del terzino attaccante, sempre avanti alla linea della palla, pronto a dettare il lancio. Arrivò a segnare 10 reti in un campionato. Un grande in assoluto e un campione di correttezza in campo e fuori.
Bedin, il simbolo del mediano lavoratore, assicurava al centrocampo un incessante dinamismo.