Google ha trasmesso dettagli sensibili riguardanti uno studente-giornalista britannico al dipartimento statunitense dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) in seguito a una administrative subpoena priva di approvazione giudiziaria, secondo un’inchiesta di TechCrunch.

La vicenda e la procedura utilizzata

Il colosso tecnologico ha consegnato a ICE username, indirizzi fisici, lista dettagliata dei servizi associati all’account Google, indirizzi IP, numeri di telefono e identificativi dell’abbonamento, nonché dati finanziari tra cui numeri di carta di credito e conto bancario di Amandla Thomas‑Johnson.

Quest’ultimo è uno studente britannico iscritto alla Cornell University che nel 2024 partecipò brevemente a una protesta pro‑Palestina. La richiesta sarebbe giunta appena due ore dopo la revoca del visto studentesco comunicata dall'università.

La particolarità della procedura utilizzata — l’administrative subpoena — risiede nel fatto che può essere emessa da agenzie federali senza passare per un giudice. Tale procedura non obbliga alla consegna di contenuti come email o cronologia ricerche, ma permette di richiedere dati utili a identificare l’utente. In questo caso, Google ha fornito informazioni che, seppure tecnicamente limitate nel contenuto, risultano di fatto altamente sensibili.

Reazioni e mobilitazione per i diritti digitali

Organizzazioni per i diritti digitali come la Electronic Frontier Foundation (EFF) hanno reagito con durezza. Hanno invitato grandi aziende tecnologiche — tra cui Google, Apple, Meta, Microsoft, Discord, Amazon e Reddit — a rifiutare queste richieste fintanto che non siano supportate da un ordine giudiziario. Inoltre, è stato chiesto di informare gli utenti interessati per consentire loro di contestare tali richieste.

“Based on our own contact with targeted users, we are deeply concerned your companies are failing to challenge unlawful surveillance and defend user privacy and speech,” si legge nella lettera della EFF. Si chiede inoltre che le aziende insistano affinché il DHS richieda conferma giudiziaria e che le notifiche agli utenti siano tempestive e significative.

Implicazioni su privacy e libertà di stampa

Il caso solleva preoccupazioni profonde sul rapporto tra tecnologia, sorveglianza governativa e libertà di stampa. Quando un giornalista — anche studente e non cittadino statunitense — può vedere i propri dati personali e finanziari consegnati alle autorità in modo rapido e senza trasparenza, si inaugura un precedente pericoloso.

Organismi come il Committee to Protect Journalists e il Reporters Committee for Freedom of the Press hanno richiamato l’attenzione sul rischio di un chilling effect: se gli operatori dell’informazione non possono contare sulla riservatezza, il giornalismo indipendente e investigativo risulta compromesso.

Dinamiche legali e limiti delle protezioni esistenti

La legislazione attuale offre poche garanzie digitali: non esiste uno shield law federale negli Stati Uniti che tuteli i dati detenuti da terze parti come Google. Il Privacy Protection Act del 1980 limita le perquisizioni nelle redazioni, ma non si applica ai provider tecnologici.

Il vuoto normativo consente a ICE di bypassare giornalisti e mezzi di comunicazione, rivolgendosi direttamente ai detentori dei dati. Il risultato è una sorveglianza indiretta che elude qualsiasi tutela sulla libertà di stampa.

Verso nuove regolamentazioni e resistenza attiva

Si intensifica la spinta verso nuove leggi: una proposta federale di shield law che riconosca tutele analoghe a quelle tradizionali anche per i dati digitali detenuti da terzi, e limiti più stringenti alle administrative subpoenas per casi di carattere sensibile o politico.

Al contempo, alcune realtà legali e associazioni civili — fra cui l’ACLU — stanno valutando azioni giudiziarie. Argomentazioni incentrate sul Quarto emendamento (contro perquisizioni irragionevoli) e sul Primo (libertà di stampa) potrebbero raggiungere la Corte Suprema.

Il caso Thomas‑Johnson evidenzia una frattura crescente: la tecnologia ha amplificato le capacità di sorveglianza statale, mentre il quadro giuridico e l’etica aziendale faticano a starle dietro. È un momento cruciale. La difesa della privacy e dei giornalisti richiede risposte legislative, giudiziarie e aziendali all’altezza della complessità del mondo digitale.