Un recente studio interno di Meta, emerso durante il processo giudiziario sulla dipendenza da social media presso la Corte Superiore della Contea di Los Angeles, ha rivelato un risultato sorprendente: la supervisione genitoriale e l’uso di strumenti di controllo, come limiti di tempo e restrizioni di accesso, mostrano scarsa efficacia nel ridurre l’uso compulsivo dei social da parte degli adolescenti. Il progetto, denominato Project MYST (“Meta and Youth Social Emotional Trends”), è stato condotto in collaborazione con l’Università di Chicago e ha coinvolto circa 1.000 teenager e i loro genitori, sondando dinamiche reali nell’uso consapevole dei social.

Dettagli dello studio Project MYST

Secondo quanto riportato da TechCrunch, i ricercatori hanno rilevato che non esiste una correlazione significativa tra i report – da parte di genitori o adolescenti – di supervisione e la capacità dei giovani di autoregolarsi nell’uso dei social. In altre parole, strumenti come i controlli integrati nelle app o le regole domestiche non sembrano influire sui livelli consapevoli di uso o sull’attenzione al tempo trascorso online. Inoltre, lo studio ha osservato che eventi di vita stressanti – come genitori alcolisti, bullismo o crisi familiari – aumentano la probabilità che i giovani abbiano difficoltà a moderare il proprio uso dei social media. Durante il processo, l’avvocato della parte lesa ha evidenziato che Meta era a conoscenza di questi risultati, ma non li ha mai resi pubblici né comunicati a genitori o utenti interessati.

Nel corso della deposizione, l’allora responsabile di Instagram, Adam Mosseri, ha affermato di non ricordare il progetto, pur avendo dato – secondo un documento – l’approvazione per l’avvio dello studio.

Questo solleva un punto cruciale: se la supervisione genitoriale ha poco effetto nel prevenire l’abuso, ciò implica che le responsabilità ricadono primariamente sul design delle piattaforme social e sulle dinamiche che promuovono comportamenti compulsivi.

Confronto con evidenze accademiche

Una revisione sistematica pubblicata su J Adolesc (gennaio 2026) mostra che alcune pratiche genitoriali – come la comunicazione e la capacità di dare l’esempio – possono influire positivamente sull’uso dei social da parte degli adolescenti, mentre il monitoraggio ha effetti contrastanti.

L’imposizione di limiti in modo reattivo, inoltre, può associarsi a un aumento dell’uso problematico. In sintesi, è l’approccio comunicativo e preveggente che sembra più efficace, piuttosto che i semplici controlli temporali e restrittivi.

Ulteriore conferma arriva da uno studio longitudinale pubblicato su ScienceDirect: fattori come il supporto familiare o il tempo trascorso con i genitori possono prevenire un uso a rischio dei social, ma non sono in grado di contrastare comportamenti già problematici. Inoltre, livelli bassi di autodisciplina (self-control) risultano un predittore più forte di dipendenza rispetto all’effetto dei genitori.

Implicazioni strategiche e prospettive future

I risultati generati da Project MYST richiedono un ripensamento radicale: se la supervisione in sé è inefficace, è necessario che le piattaforme assumano un ruolo attivo nella promozione dell’«uso consapevole».

Questo implica rivedere il design dei social, intervenire sulle dinamiche algoritmiche che alimentano lo scorrimento compulsivo e sviluppare strumenti che favoriscano l’autoregolazione, anziché collocare il peso dell’efficacia solo sulle famiglie.

I policy maker e gli stakeholder devono considerare queste evidenze per orientare regolamentazioni più incisive: limiti tecnici non accompagnati da cambiamenti strutturali nei meccanismi di engagement rischiano di essere perfettamente inutili.

Il processo e le responsabilità delle piattaforme

Nel contesto del processo in corso, lo studio Project MYST è stato citato dall’accusa per dimostrare che Meta era consapevole della scarsa efficacia dei meccanismi di controllo esistenti e che, nonostante ciò, non ha agito né informato adeguatamente famiglie e autorità.

L’incriminazione riguarda la progettazione di prodotti “addictive and dangerous” che possono contribuire a stati di ansia, depressione, disordini alimentari, pensieri suicidari e autolesionismo tra i giovani utenti. Il processo può rappresentare un momento di svolta nelle responsabilità legali delle piattaforme verso la protezione dei minori.

Per Meta, la sfida è ora duplice: da una parte dimostrare che il proprio approccio al tema teen safety sia basato su dati, ricerca e trasparenza; dall’altra, ricostruire fiducia nei confronti di genitori e autorità regolatorie, che chiedono – sempre più con forza – un cambio di paradigma.

In definitiva, lo studio Project MYST rappresenta un campanello d’allarme: non basta fornire strumenti, serve ripensare profondamente il modo in cui i social media si rivolgono e influenzano gli adolescenti, con responsabilità e progettazione proattiva.