Al SXSW, il 17 marzo 2026, Garry Tan, presidente e CEO di Y Combinator, ha condiviso con Bill Gurley la sua esperienza, definendola scherzosamente “cyber psychosis”. Ha rivelato di dormire circa quattro ore a notte, spinto da un’intensa eccitazione per il lavoro con gli agenti AI, che gli provoca un’insonnia naturale. «Non ho più bisogno del modafinil in questa rivoluzione. Sono sveglio. Ho dormito alle 4 del mattino, mi sono svegliato alle 8», ha affermato, sottolineando i molteplici progetti che lo tengono in costante allerta, animando le sue notti.
Questo coinvolgimento riflette un fenomeno più ampio: l’entusiasmo per gli strumenti di intelligenza artificiale sta spingendo fondatori, investitori e dirigenti a ridurre drasticamente le ore di sonno per tenere il passo con il rapido sviluppo tecnologico. In precedenza, Tan si era già vantato di aver trascorso 19 ore consecutive sveglio, sperimentando con Claude Code, una configurazione AI sviluppata internamente.
L'ossessione per gli agenti AI: tra euforia e tensione
Il racconto di Tan traccia una linea sottile tra meraviglia e inquietudine. L’ossessione per gli agenti AI viene descritta come uno stato quasi estatico, capace di rinvigorire la routine imprenditoriale. Tuttavia, l’espressione “cyber psychosis” evoca anche una certa fragilità: la pressione continua, il senso di emergenza costante e il rischio di un esaurimento senza pause.
Questo stato d’animo è emblematico della cultura delle startup, ulteriormente accelerata dall’AI: intensità lavorativa elevata, dedizione quasi ossessiva e cicli notturni ininterrotti, scanditi da prompt e agenti autonomi. In tale contesto, l’insonnia, elevata a simbolo di dedizione, diventa parte della dialettica del progresso, favorendo la produttività ma al contempo esasperando i rischi personali.
Insonnia e burnout: il costo nascosto dell'innovazione
In una prospettiva più ampia, l’insonnia menzionata da Tan è un segnale rivelatore dello stress diffuso nella comunità tecnologica. Il burnout, l’ansia e le alterazioni delle condizioni psichiche non sono rari nel mondo delle startup. Ricerche indicano che gli imprenditori sono significativamente più vulnerabili rispetto alla media, con elevate percentuali di disturbi mentali e burnout, spesso celati dietro la retorica del “fare sempre di più”.
La narrazione di Tan incarna un’ambivalenza: da un lato, l’AI come fonte inesauribile di energia creativa; dall’altro, come acceleratore di ritmi lavorativi insostenibili, che possono seriamente compromettere la salute mentale degli innovatori.
Equilibrio precario: tra entusiasmo e lucidità mentale
Il messaggio di Tan, sebbene espresso con un tono spiritoso, invita a una riflessione approfondita. L’AI ha il potenziale di attivare nuovi livelli di energia – la “cyber psychosis” – ma per gestirla in modo sano è fondamentale la consapevolezza. Il pericolo è quello di passare da uno stato di produttività quasi febbrile a una vera e propria crisi.
È essenziale chiedersi: è possibile mantenere il “flow AI” senza sacrificare il riposo?
Quali pratiche di salute mentale possono affiancare l’uso intensivo degli agenti? Questo racconto, sereno ma perturbante, offre uno spaccato sul confine tra l’estasi lavorativa e la vulnerabilità psicologica.
Nel nuovo ecosistema dell’AI, il compromesso tra efficienza e sostenibilità mentale emerge come una sfida cruciale. L’esperienza di Tan, pur presentata come metafora, funge anche da monito: per costruire qualcosa di duraturo, è altrettanto importante sapere quando fermarsi.