Fine settimana caldo a Torino, cominciato ieri nell'Aula Magna del Palazzo di Giustizia con la commemorazione del giudice istruttore e docente universitario Guido Galli, ucciso da Sergio Segio, Maurice Bignami e Michele Viscardi di Prima Linea il 19 marzo 1980, fuori dall'aula dell'Università di Milano dove stava andando a tenere lezione di criminologia. I ragazzi del Liceo Marconi hanno intonato Io non ho paura della Mannoia ed è stata proiettata la docufiction ll giudice con il codice in mano.
Sempre il 19 marzo un convegno ricorda il politico della sinistra Dc, il torinese Carlo Donat Cattin a 25 anni dalla morte, dimessosi dal partito per il coinvolgimento del figlio Marco nell'omicidio del pm milanese Emilio Alessandrini, un anno prima del collega Guido Galli.
Ieri l'altro era l'anniversario del rapimento Moro da parte delle Br con la strage degli uomini della sua scorta, su cui sta facendo luce l'Einaudi con i saggi di Miguel Gotor,senatore del Partito democratico, secondo cui il politico democristiano era favorevole a una trattativa con le Br.
Toccante il ricordo di Galli, organizzato da Elisabetta Ambrosini dell'Anm di Pesaro, alla presenza delle figlie Alessandra e Carla Galli, giudici delle Corte d'Appello di Milano. Per primo ha parlato il presidente delle Corte d'Appello di Torino, Arturo Soprano, soffermandosi sull'aula dedicata a Fulvio Croce, ucciso dalle Br, perché aveva assunto la loro difesa d'ufficio al processo torinese contro il nucleo storico.
Si è rivolto, poi, agli studenti descrivendo lo striscione: Ammazzateci tutti dei loro coetanei calabresi al funerale di Francesco Fortugno, vicepresidente della Regione.
Anni di piombo tra Torino e Milano
Poi è toccato al collega milanese di Galli, Armando Spataro, ora Procuratore della Repubblica di Torino, descrivere l'uomo che lo aveva pure aiutato a trovare casa a Milano, nel palazzo in cui abitava anche Emilio Alessandrini. Dove tutte le mattine di quei giorni di terrore si recava a prenderlo, perché a Galli era stata negata la scorta, mentre lui ce l'aveva e lo portava nel suo ufficio al secondo piano del Tribunale di Milano, per poi andarlo a interpellare, mentre era intento a lavorare dietro a una scrivania stracolma di carte e il solito cappuccino.
Furono loro ad arrestare il brigatista Corrado Alunni, nel cui covo invia Negroli sono state trovate le lettere di Moro studiate da Gotor. Lo accompagnò anche in un sopralluogo in un covo in Val Brembana dove era nato e dove è sepolto. Vi trovarono una sua fotografia, segno che il giudice senza scorta, era nel mirino dei terroristi. Ma lui continuava a lavorare serenamente. Una volta, verbalizzando l'interrogatorio di un terrorista, questi gli aveva detto che non era d'accordo con quanto aveva scritto. Lui aveva strappato tutto e aveva ricominciato da capo.
Spataro lo aveva visto turbato solo dopo l'omicidio brigatista del collega Girolamo Minervini, appena nominato direttore dell'amministrazione penitenziaria.
Pochi giorni dopo sarebbe toccato a lui morire con il codice penitenziario in mano. Ora, secondo Spataro, il collega avrebbe usato la stessa arma contro l'Isise gli attivisti siriani.Infine è stata la volta del giudice torinese Francesco Gianfrotta che nel 1983 sostenne l'accusa contro gli assassini di Galli. Non fu difficile ricostruire la decisione, l'esecuzione e la via di fuga, perché c'erano già stati molti pentiti. Lo colpì, invece, il volantino di rivendicazione: Galli come Alessandrini erano stati giustiziati perché con il loro lavoro rendevano credibili le istituzioni dello Stato.