The Handmaid's Tale, la Serie TV di Bruce Miller tratta dal romanzo di Margaret Atwood del 1985, è arrivata alla seconda stagione. Messa in onda per la prima volta l'anno scorso, conta già 8 Emmy Awards e 2 Golden Globe.

La prima stagione

La prima stagione è stata fortemente influenzata dalla descrizione minuziosa di questo mondo che improvvisamente, da emancipato e industrializzato come il nostro, retrocede ad uno stato in cui solo La Legge(ovviamente inviolabile) e la religione sono i punti cardine della società. Cruda la descrizione di come le donne fertili siano state strappate alle famiglie per essere rese schiave all'interno degli istituti retti dalle "zie" e, poi, la vita monotona e quasi ridicola non solo delle Ancelle di rosso vestite, ma di tutte le altre donne della società, controllate a vista da questi occhi che sembrano un po' riprendere il "Big Brother" del 1984 di Orwell.

La solidarietà tra donne, tra schiave, agli inizi lascia spazio alla paura, nessuno parla con nessuno per timore di dire qualcosa che gli "occhi" possano ritenere pericoloso. La prima stagione pone di fronte allo spettatore questo mondo ingiusto guidato dalla élite che lo ha creato, ma in cui anche le donne di ceto più alto come le "mogli", in realtà, nonostante abbiano la facoltà di comandare sulle altre, sono effettivamente anch'esse schiave dei loro mariti e della società che hanno contribuito a costruire. La classificazione sociale, il cancellare il nome di una donna come se si stesse cancellando lei stessa in favore di uno che dichiari l'appartenenza di questa ad un uomo (Difred, Disteven), le ingiustizie, gli stupri, l'intolleranza, l'impossibilità di cambiare questa situazione, portano lo spettatore ad incuriosirsi e a continuare a seguire ogni puntata nella speranza di capire come si è arrivati a questo punto e, soprattutto, a capire se vi è una speranza anche blanda di potersi riscattare.

In America questa serie è stata considerata "La più femminista in circolazione", ed in effetti è soprattutto la popolazione femminile ad essersi appassionata alla storia di June. The Handmaid's Tale ha la capacità di far stare l'osservatore immobile a seguire gli eventi, scatenando dentro di lui allo stesso tempo una serie di sentimenti contrastanti che indubbiamente, anche dopo la fine della puntata, continuano a turbare. Quello che colpisce è che i segnali di possibilità di cambiamento sono estremamente blandi, sparsi quì e li tra le puntate che scorrono molto lente e raccontano la storia soprattutto attraverso i pensieri della protagonista. Si diventa il suo pensiero, i suoi ricordi, l'ingiustizia che vive. I colori assumono una importanza fondamentale, permettendo la classificazione sociale netta, ma soltanto delle donne. Le musiche poi, contrappongono un mondo tornato medievale con quella che è la contemporaneità e contribuiscono a rendere la contrapposizione tra ieri e oggi ancora più tragica.

Non è un mondo che non ha visto il progresso, l'emancipazione, ma uno che lo ha vissuto come lo si vive oggi e che poi improvvisamente ha visto distruggere dagli uomini con fatica si era riusciti a raggiungere.

La seconda stagione

Messa in onda dal 25 aprile [VIDEO], le prime tre puntate della nuova stagione hanno già chiaramente dimostrato di essere totalmente diverse rispetto alla prima. La staticità viene sostituita dall'azione. June è salita sul retro del camion nero degli "occhi" grazie anche all'intervento di Nick, il vero padre del bambino che porta in grembo. La prima puntata dimostra in maniera incontrovertibile il cambio di registro della stagione, e già dai primi attimi è subito palpitazione ed agitazione, sudore, terrore, di contro alla staticità della prima. Si parte subito con la scena delle ancelle portate al patibolo, la disperazione e le lacrime negli occhi, la corda intorno al collo e... Si torna da zia Lydia tutte insieme, ma June riesce ad avere un trattamento di favore dato il suo stato fisico."Sotto il suo occhio". "Possa il Signore schiudere". E così dal momento in cui per un attimo si è temuto il peggio al momento del riscatto è un attimo. La chiave nella scarpa, June che con coraggio apre la porta e scappa, la luce, uno spiraglio di speranza. Il respiro perso per la paura un attimo prima e diventa un respiro profondo. June ha una possibilità, e sembra quasi di sentire la felicità sulla pelle anche di chi guarda.

Ma cosa è successo? Queste sono tutte ancelle che si sono ribellate al sistema rifiutandosi di lapidare una loro amica. Quindi forse adesso ci si è stancate. Forse la paura sta lasciando spazio al coraggio, dopotutto, non c'è più nulla da perdere. Proprio a proposito di questo, c'era una certa ancella che aveva il nome di Disteven, quella che ha fatto scoprire a June che una rete di ribellione esiste, che lei non è la sola a voler scappare, che aveva deciso di investire degli agenti e che si era fatta portare alle colonie. Si sente parlare con terrore di questo luogo già dalla prima stagione, ma non c'era ancora stata una chiara idea di cosa fossero. Così la seconda puntata si incentra proprio su Emily che si trova lì a scontare la sua pena. Le colonie del regime totalitario di Gilead si trovano ai confini, radioattive e desolate, e lì, le donne ribelli vengono portate per i lavori forzati, ustionate e malate a causa dei fumi tossici. Ma ecco una svolta. Tra le ancelle ribelli, ecco comparire una donna vestita di azzurro, una moglie, costretta a vivere e dormire insieme a loro a causa del tradimento recato al marito. Una moglie in mezzo alle ancelle. E così la vendetta non poteva che arrivare, proprio per mano di Emily. Finalmente.

La terza puntata è anche questa una escalation di sensazioni forti, con June che deve abbandonare il nascondiglio diventato pericoloso, poi la speranza di riuscire ad arrivare in Canada, poi l'abbandono della speranza e poi di nuovo la luce. Si viene a conoscenza della figura di sua madre, donna forte, attivista volenterosa di rendere il mondo migliore, anche lei catturata dopo la guerra. La puntata è incentrata sul rapporto genitori-figli con un'alternanza di immagini che riprendono June con la madre, e June con Hanna, sua figlia. Questo soprattutto perché, adesso che June sta per partire per il Canada, sente di stare abbandonando sua figlia in cambio della sua libertà. Armandosi del coraggio che non le è mai mancato, la protagonista decide di proseguire il suo viaggio da sola, per la prima volta allo scoperto davanti la città, e la sensazione è di incredibile terrore ma anche eccitazione. Arrivata all'aereo è un sospiro di sollievo. È finita. June è libera.

O forse, qualcuno l'ha tradita, e adesso si sprofonda in un nuovo abisso di angoscia.

Questa seconda stagione ha già dato moltissime soddisfazioni. La scoperta della solidarietà tra donne, la volontà di riscatto, la protagonista che riesce a liberarsi dei suoi vestiti rossi e del cappellino bianco con le alette, la fine della schiavitù, il dolore per coloro che non sono sopravvissuti in quella sorta di santuario eretto da June nel suo nascondiglio, la scoperta di non essere sola, ma che esistono anche degli uomini disposti a rischiare la vita per aiutarla, sono tutte delle novità pazzesche che ci preannunciano altre 10 puntate piene di emozioni.