“Portobello! È un mercato pazzerello dove trovi questo e quello e c’è pure un pappagallo con il becco giallo”. Con queste parole si apriva ogni puntata dello storico programma televisivo condotto da Enzo Tortora, che segnò il suo ritorno in Rai dopo otto anni di assenza dovuta a una controversa intervista. Il titolo della trasmissione traeva ispirazione dalla celebre strada londinese Portobello Road, nota per il suo mercatino dell’antiquariato. Negli anni, il programma e la sua sigla sono rimasti ben impressi nella memoria collettiva, diventando simboli di una stagione della televisione italiana.

La sigla originale, composta e suonata da Lino Patruno e interpretata dal coro dei Piccoli Cantori di Milano, divenne un vero e proprio marchio di fabbrica. La parte visiva fu disegnata e animata dallo studio di Bruno Bozzetto. Il grande animatore, però, non vi mise mano direttamente, impegnato all’epoca negli Stati Uniti per la promozione di “Allegro non troppo”. Fu così che la creazione e l’animazione del pappagallo in abito da sera, protagonista della sequenza iniziale, vennero affidate a Guido Manuli, allora braccio destro di Bozzetto.

Manuli, classe 1939, ricorda all'ANSA: “Allora realizzavo diverse sigle per la Rai, in particolare per i programmi di Pippo Baudo”. L’animatore non immaginava che il suo pappagallo canterino sarebbe diventato così iconico.

“Per me disegnare un personaggio è soprattutto un divertimento personale”, afferma Manuli, spiegando che il progetto non presentò alcuna difficoltà perché “una volta animato il piacere è vederlo prendere vita”. Per l’ispirazione, fu fondamentale “la musica della sigla”, che lo guidò nella scelta di come far muovere l’uccellino verde dal becco giallo.

La sigla di Portobello: un’icona dell’animazione italiana

La trasmissione Portobello, ideata e condotta da Enzo Tortora dal 1977, si affermò come uno degli appuntamenti più seguiti della televisione italiana, distinguendosi per la sua formula innovativa di mercato televisivo in diretta. La sigla animata, realizzata da Manuli per lo studio di Bozzetto, divenne immediatamente riconoscibile: protagonista era un pappagallo in smoking, che appariva moltiplicato all’infinito per poi tornare a essere uno solo, librandosi fra i titoli di apertura.

Il brano musicale, allegro e facilmente memorizzabile, è stato per anni uno dei motivi più amati dal pubblico italiano. Questo patrimonio artistico si inserisce nel solco della produzione d’animazione italiana degli anni Settanta e Ottanta, periodo in cui la Rai affidava spesso l’immagine dei suoi programmi a professionisti come Bozzetto e Manuli.

L’eredità di Portobello è tornata di attualità anche con la serie di HBO Max Italia, diretta da Marco Bellocchio e con Fabrizio Gifuni, che ripercorre la vicenda giudiziaria di Tortora, testimoniando l’impatto duraturo della trasmissione e dei suoi simboli nella cultura italiana.

Guido Manuli: il maestro dell’animazione dietro il pappagallo di Portobello

Guido Manuli, nato nel 1939, si è affermato come una delle figure di riferimento dell’animazione italiana. Dopo gli esordi negli anni Sessanta, ha lavorato fianco a fianco con Bruno Bozzetto, animando numerose sequenze di cortometraggi, film e sigle televisive. Tra i titoli più celebri ai quali ha collaborato figurano “Vip – Mio fratello superuomo” e “Allegro non troppo”. Ha inoltre firmato numerosi cortometraggi personali e sigle per programmi di grande seguito, come quelle per Pippo Baudo, definendo l’immaginario visivo di intere generazioni. Nel caso di Portobello, Manuli si lasciò guidare dalla musica della sigla, impostando i movimenti del pappagallo in modo da esaltarne la vivacità e la simpatia.

“Il vero piacere è vedere il personaggio prendere vita”, ha raccontato, sottolineando il valore ludico e creativo dell’animazione.

Lo studio di Bruno Bozzetto, dove Manuli si è formato e ha dato un contributo fondamentale, rappresenta tuttora un’eccellenza italiana riconosciuta a livello internazionale per la qualità e l’originalità delle sue opere. La sigla di Portobello, rimasta nella memoria collettiva, testimonia un periodo in cui la creatività e l’artigianalità dell’animazione italiana erano al centro dei progetti più innovativi della televisione di Stato.