Svolta nell’offensiva dell’esercito del governo libico riconosciuto dall’ONU, nei confronti dei miliziani dell’#Isis asserragliati nella roccaforte di Sirte, iniziata il 12 maggio scorso. Per costringere alla resa i jihadisti, rimasti in meno di mille a controllare circa quattro o cinque chilometri quadrati nel cuore della cittadina, è intervenuta l’aeronautica degli Stati Uniti, appositamente chiamata dal premier libico Fayez al-Serraj il quale, però, ha tenuto a precisare che "non sono presenti truppe Usa sul territorio".

Nonostante gli indubbi successi, infatti, l'esercito governativo nelle ultime due settimane ha perso almeno 300 uomini nei combattimenti all’ultimo sangue tra strade e palazzi minati, con i jihadisti che sono pronti a lanciarsi come kamikaze esplosivi ogni volta che si vedono circondati. I raid americani, in alcuni casi effettuati con dei droni, non sono stati particolarmente pesanti - almeno per il momento - ma segnano una svolta soprattutto sul piano politico.

Mentre fino a poche settimane fa il governo libico, pur richiedendo la fine dell’embargo delle armi decretato dall’ONU, dichiarava di poter agire da solo per il controllo del suo enorme territorio, sia nei confronti dell’Isis che degli altri eserciti ribelli, ora si è rivolto ufficialmente agli Stati Uniti. Il fatto che non abbia rivolto il suo appello alla NATO, ma direttamente agli USA o all’Europa (leggi Francia), indica che l’insofferenza dei libici nei confronti del post-colonialismo europeo è tuttora forte. Ciò però non riguarderebbe l’Italia che, già un paio di volte, è stata contattata da Tripoli per l’assistenza medica a gruppi di numerosi feriti gravi.

Il governo di Tripoli di al-Serraj, tuttavia, ha forti difficoltà ad attuare sul territorio il progetto dell’ONU di unificare la #libia, avendo l’appoggio militare soltanto di quelle che una volta erano le milizie ribelli di Misurata o le PDG di Jadran, ovvero contingenti relativamente efficienti ma, sostanzialmente, non sufficientemente equipaggiati. Una sconfitta dell’Isis a Sirte e a Derna, peraltro, porterebbe Tripoli a diretto contatto con la situazione della Cirenaica, dove a Tobruk è insediato un Parlamento - considerato legittimo dall’ONU - che non ha ancora riconosciuto il governo di al-Serraj.

Non è superfluo precisare che Tobruk controlla attualmente l’estrazione del petrolio dai pozzi della Cirenaica che, sia pur ridotta a circa i 2/3 della produzione pre-guerra civile, rimane assolutamente considerevole ed essenziale per l’approvvigionamento energetico dell’Italia. Tali pozzi sono sfruttati per circa il 70-80% dall’ENI; il resto dalle compagnie francesi e, per piccola parte, da quelle spagnole.

Le forze armate di Tobruk sono comandate dal generale Khalifa Haftar che, in questo momento, sta effettuando un’offensiva su Bengasi dove sono, a sua volta, asserragliate le milizie qaediste di Ansar al-Sharia e quelle dei Fratelli Musulmani. Anche il governo di Tobruk, che non riconosce l’esecutivo di riconciliazione di Tripoli, sembra alla ricerca di nuovi appoggi internazionali dopo il supporto ricevuto a suo tempo da Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Il generale Haftar, infatti, ha effettuato, in maggio, una visita ufficiale a Mosca, ma Putin non è sembrato intenzionato a rompere l’embargo ONU delle armi, pur dichiarandosi disponibile a un sostegno logistico per la lotta al terrorismo.

Il portavoce del centro di comando delle operazioni di Tripoli contro Sirte ha comunque rivolto nuovamente un appello a Khalifa Haftar per unirsi a loro contro l’Isis, a condizione che riconosca il governo di Serraj. Ma non tutte le milizie di Tripoli sembrano disposte ad accettare Haftar al loro fianco. Inoltre, il Parlamento libico di Tobruk, pur essendosi riunito almeno sette volte, non è mai riuscito a votare la fiducia al governo di unione nazionale di al-Serraj, per motivi procedurali. Ora gli aerei e i droni statunitensi sui cieli di Sirte potrebbero velocizzare alcune procedure. #Esteri