I rapporti tra il mondo occidentale la Russia post comunista sono nati all’insegna della "sindrome di Versailles". Che cos’è la sindrome di Versailles? E’ quella frenesia sorta al tavolo della pace, all’indomani della conclusione della Prima Guerra Mondiale, quando le potenze occidentali – le europee soprattutto – vollero imporre un trattato punitivo nei confronti della Germania e una pace risarcitoria, anche al di là delle possibilità economiche del loro avversario.

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Il nazismo e la Seconda Guerra Mondiale sorsero dalla volontà dei tedeschi di rovesciare un trattato da loro ritenuto sommamente ingiusto.

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Se, poi, si pensa che, immediatamente dopo la firma di Versailles, il valore del marco tedesco scese ai livelli della carta straccia, è possibile che anche l’austerity imposta oggi cocciutamente dalla Germania al resto dell’Europa abbia un fondamento nella “sindrome di Versailles”.

A chi il merito della caduta del comunismo?

Nel 1991, la Russia e gli altri paesi dell’ex Unione Sovietica misero in soffitta il regime comunista, dopo settantatré anni di dittatura ed ebbe ufficialmente termine la “guerra fredda” sorta con il mondo occidentale, all’indomani della Seconda Guerra mondiale. Chissà perché, le potenze democratiche occidentali ritennero di comportarsi come se la fine del #comunismo fosse tutto merito loro, adottando una diplomazia fortemente punitiva nei confronti del popolo russo..

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Già nel 1989, la Germania filo occidentale aveva inglobato la ex DDR; nel 1997, Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca furono invitati ad aderire alla #Nato, cioè l’alleanza anti comunista che, volenti o nolenti, per quasi mezzo secolo si è contrapposta militarmente alla Russia, ai tempi della guerra fredda.

Nel 2004 vi entrarono anche Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Slovacchia, Bulgaria e Romania e, nel 2009, anche Albania e Croazia. Nel frattempo, economicamente, tutti gli ex paesi dell’est europeo, già facenti parte del dissolto Patto di Varsavia, sono entrati a far parte dell’Unione economica europea.

In sostanza, non vi è stato nessun atto di distensione militare tra i paesi del blocco occidentale e la Russia post comunista, dopo la fine della guerra fredda, ma soltanto uno spostamento della cortina di ferro ad est, sino ai confini stessi del gigante ex-sovietico, isolandolo anche economicamente. Non c’è, dunque, da meravigliarsi che #Vladimir Putin abbia accolto con estremo disappunto l’allargamento militare ed economico di Nato e Ue sino alle frontiere russe..

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Una politica controproducente

A un osservatore come l’ambasciatore Sergio Romano, che non proviene certo dalle file ex-comuniste, pur avendo rappresentato l’Italia a Mosca, non è sfuggito il disagio del Presidente Putin e, in un intervista a un quotidiano, ha recentemente espresso il suo assoluto dissenso alla politica e alla linea diplomatica dell’occidente nei confronti della Russia.

Vi sono stati, infatti, anche altri atti della NATO o della Ue, decisamente ostili nei confronti di Mosca, come il riconoscimento del Kosovo, privando di una consistente fetta di territorio la Serbia, accomunata alla Russia per la religione ortodossa; come l’appoggio dato dagli USA alla Georgia (fornendo 800 “osservatori” militari) al tentativo di quest’ultima di invadere addirittura una Repubblica autonoma della Federazione russa (Ossezia del Sud); l’offerta di associazione economica della UE all’Ucraina e, soprattutto, l’appoggio ai ribelli anti Assad in Siria, unica alleata di Mosca nel mediterraneo afroasiatico.

E’ stata questa coerente politica di accerchiamento economico-militare che, nei fatti e non soltanto secondo l’autorevole parere dell’ambasciatore Romano, ha determinato la politica “muscolare” di Putin degli ultimi due anni, come l’invasione dell’Ucraina orientale, l’annessione della Crimea (con la base militare di Sebastopoli) e l’intervento in Siria a sostegno di Assad che, non dimentichiamolo, è l’unico soggetto riconosciuto, da parte della comunità internazionale a rappresentare la Siria.