Nell’imminenza del referendum popolare sulla modifica in senso autoritario della Costituzione turca, voluta dal Presidente Recep #Erdogan, la tensione tra Turchia ed #europa sale a un livello, forse, mai visto prima. Il “casus belli” è sorto il 10 marzo scorso, quando l’Olanda ha impedito a un ministro turco di recarsi a Rotterdam per tenere un comizio pro-Erdogan alla comunità turca locale. Ankara ha immediatamente inviato all’Olanda due proteste ufficiali e adottato ritorsioni diplomatiche, quali il divieto di rientro in Turchia dell'ambasciatore olandese e, addirittura, la chiusura dell’ambasciata e del consolato di Istanbul.

Erdogan contro tutti

In realtà, già in precedenza, Austria e Germania avevano adottato analoghi divieti “per motivi di sicurezza” ed Erdogan ne ha approfittato per fare di ogni erba un fascio ed accusare Amsterdam, in un comizio, con l’etichetta: "Nazisti, la pagherete!".

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La cosa non è finita lì, perché, due giorni dopo, anche la Danimarca ha chiesto al primo ministro turco di rinviare un comizio pro-Erdogan sul suolo danese per motivi analoghi. Apriti cielo: il presidente ha alzato ulteriormente i toni dello scontro, accusando l’Europa di una "lampante dimostrazione di islamofobia". Successivamente, Erdogan ha preso di petto addirittura la cancelliera #Angela Merkel, accusandola di sostenere i terroristi (leggi: gli oppositori) turchi, ricevendo semplicemente una flemmatica risposta: "Ha passato il segno".

Non solo elezioni nella strategia di Erdogan

Certamente, la severità europea nei confronti dei comizi pro-Erdogan, se ha impedito – forse – di portare acqua al mulino di quest’ultimo tra gli emigrati turchi nel nord-Europa, ne ha incrementato la popolarità in patria.

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Ma se l’atteggiamento anti-europeo del “sultano” può essere un obiettivo tattico ai fini elettorali, ben altri sono i suoi fini strategici.

Già da alcuni anni, infatti, Erdogan ha adottato una politica “neo-ottomana”, tentando di porsi come figura carismatica tra i musulmani di confessione sunnita, in opposizione all’Iran sciita e i suoi alleati – soprattutto – ma anche all’Arabia Saudita e agli Emirati filo-occidentali. Il suo appoggio ai fratelli musulmani in Egitto, alla ribellione siriana e ad Hamas, nella striscia di Gaza, tuttavia, si è rivelato un fallimento; così come il velleitario tentativo di mettere il naso nelle problematiche libiche. Alla sua fallimentare politica estera si aggiunge una forte difficoltà economica interna.

Strategia anti-occidentale

Questi sono i motivi per i quali il “sultano” tenta di rifarsi un volto tra le opinioni pubbliche islamiche, solleticandone l’orgoglio anti-occidentale. Dai riscontri, sembra che tale strategia stia avendo successo. Ciò sarebbe confermato dai mass-media e, soprattutto, dagli acconti Facebook e Twitter dei giovani arabi e medio-orientali di confessione sunnita.

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E’ proprio in tale bacino, superficiale come quello dei loro coetanei occidentali, che la propaganda anti-occidentale miete consenso. D’altronde, le notizie di segno contrario, nell’area sono facilmente oscurate dalla censura, così come la repressione anti-curda (anch’essi sunniti) e l’intesa cordiale pro-Assad stretta da Erdogan con Putin.