Le maggiori associazioni ambientaliste italiane tornano a scagliarsi contro il progetto del ponte sullo Stretto di Messina, a loro avviso insostenibile sia dal punto di vista economico che ambientale. FAI, Italia Nostra, Legambiente, MAN e WWF, riunite a convegno alla Camera, criticano in particolare la road map definita dal governo Monti lo scorso 31 ottobre (poi codificata nel decreto legge 187/2012, in vigore dallo scorso 2 novembre): esso prevede di dilazionare per un periodo massimo di due anni le verifiche tecniche sul progetto definitivo e sulla bancabilità dell’opera, e quindi sulla sua fattibilità economico-finanziaria.
“La decisione definitiva del Governo sul ponte sullo Stretto – è l’affondo delle associazioni - è stata quella di non decidere, addentrandosi in un rischioso, quanto evitabile, terreno minato. Non si capisce quali altre verifiche tecniche si debbano fare su un progetto irrealizzabile e insostenibile. E a proposito della bancabilità è bene ricordare che per ben 9 anni non è stato individuato, nonostante i ripetuti annunci e road show in Italia e all’estero, alcun partner privato che si sia dimostrato disponibile a finanziare con una quota del 60% un’opera il cui costo iniziale era di 3,9 miliardi di euro (offerta con cui l’associazione temporanea di imprese che faceva capo ad Impregilo vinse la gara internazionale), ed oggi viene valutato di 8,5 miliardi di euro, oltre mezzo punto di PIL”.
Ecco i quattro punti sollevati dagli ambientalisti, secondo i quali il governo tecnico deve:
1. Assicurare la massima trasparenza, che non è stata garantita sinora dalla Stretto di Messina SpA, sugli atti convenzionali e contrattuali esistenti del 2006 e del 2009 e sulle comunicazioni connesse e conseguenti (ad oggi non conosciuti nella loro integrità né dal Governo né dal Parlamento) per escludere appigli per possibili e futuri contenziosi;
2. Verificare se il percorso individuato con l’atto aggiuntivo previsto nel decreto sia coerente con le norme comunitarie sugli appalti di lavori pubblici, che vietano di rinegoziare le condizioni sostanziali per la realizzazione di un’opera sottoposta a gara con il rischio di violazione dei principi europei sulla concorrenza;
3.
Valutare se è opportuno che - in assenza di un Piano Economico-Finanziario e non potendo escludere un futuro contenzioso - si attesti ufficialmente nel X Allegato Infrastrutture (settembre 2012) un costo dell’intervento di 8,5 miliardi di euro, con un aumento ingiustificato in un anno di oltre 1,5 miliardi di euro rispetto al costo ‘aggiornato’ al 2011 di 6,9 miliardi;
4. Stabilire tempi serrati per decisioni che tutelino gli interessi pubblici e garantiscano l’univocità di indirizzo politico e dell’azione amministrativa fondamentale in una vicenda così complessa.