In alcuni Stati occidentali USA si profila una grave crisi idrica che raggiungerà il suo culmine nel 2040. Sono gli Stati del Nevada, del Texas e della California.

La crisi idrica sarà in pratica determinata dalla diminuzione della portata del fiume Colorado, che ha la sua sorgente nel lago La Poudre Pass, all’interno del Rocky Mountain National Park, e che, con la sua portata d’acqua, garantisce la vita ad oltre 40 milioni di persone. A causa dell’effetto dovuto alle emissione di gas serra  e del riscaldamento globale, nonché dell’incremento demografico nell’area interessata, l’approvvigionamento idrico basato sulle acque fluviali potrebbe non essere più sufficiente rispetto alle necessità delle popolazioni stanziali.

A descrivere questa situazione di potenziale crisi idrica uno studio basato su modelli climatici elaborati dall’Osservatorio della Columbia University. È proprio questo studio che azzarda la previsione di una diminuzione della portata del fiume Colorado pari al 10% del volume attuale, che è all’incirca di 620 metri cubi al secondo. Ciò creerà inevitabilmente delle difficoltà alle aziende agricole e alle città del south-west. Lo studio si basa su risultati pubblicati anni orsono sulla rivista Science, nella quale si segnalava un processo di inaridimento dovuto all’aumento medio della temperatura e alla variazione dei modelli di piovosità dovuti ai cambiamenti climatici causati dall’attività umana.

Il risultato dello studio della Columbia University è confermato da un ulteriore studio del Dipartimento Affari Interni, che ha ipotizzato anch’esso una siccità in aumento entro il 2060, con un calo previsionale della portata dei fiumi pari al 9%.

Per dare una dimensione esatta della crisi idrica che potrebbe verificarsi in quest’area del pianeta, basti pensare che, come afferma Bradley Udall, esperto di idrologia dell’Università del Colorado, il 10% della portata del fiume Colorado equivale a 5 volte il consumo di acqua che Las Vegas (oltre mezzo milione di abitanti) realizza nell’arco di un intero anno. Quel che gli esperti propongono in definitiva consiste in un vero e proprio taglio dei consumi di acqua in tutta l’area geografica interessata.