Non più di una decina di giorni fa è stato pubblicato il rapporto Enea sulla Green Economy. Occhi puntati sulla raccolta differenziata in Italia, mentre i principali organi di stampa nazionali, in special modo quelli legati alle emittenti televisive, per fare buon viso e cattivo gioco, non mettono in giusto risalto lo stato di arretratezza dell’Italia sotto questo profilo.

È chiaro che l’obiettivo è quello di difendere gli interessi italiani e sottrarre l’Italia a possibili procedure di infrazione da parte dell’UE, ma la corda è già molto tesa e tirandola ulteriormente c’è il rischio che arrivi a spezzarsi.

Allo stato attuale l’Italia manda ancora in discarica il 77% dei rifiuti prodotti e l’obiettivo discarica zero resta una chimera irraggiungibile.

I dati statistici parlano chiaro: le regioni italiane presso le quali maggiore è il tasso della raccolta differenziata sopportano minori costi per lo smaltimento dei rifiuti, questa è la ragione economica che associata a quella di tutela ambientale dovrebbe motivare la classe politica dello stivale ad affrontare seriamente il problema di una efficiente organizzazione della raccolta differenziata.

In Lombardia, una delle regioni più virtuose d’Italia sotto questo profilo (e non solo), dove la differenziata raggiunge il 47%, lo smaltimento di un chilogrammo di rifiuto ha un costo di 24.65 centesimi di euro; in Veneto, altra regione virtuosa con il 56.2% di differenziata, questo costo è di 25.88 centesimi.

Nelle regioni dove invece più basso è la percentuale della raccolta differenziata i costi per il trattamento dei rifiuti al chilogrammo sono maggiori: nel Lazio (17.4% di differenziata) si spendono 31.84 centesimi al Kg; in Sicilia, maglia nera fra le regioni italiane in quanto a raccolta differenziata (e non solo) con un misero 7.1%, per trattare un Kg di rifiuti occorrono in media 29.83 centesimi di euro.

Questi dati che nel complesso sono fortemente negativi e ben lontani dall’obiettivo discarica zero, lasciano però aperta una prospettiva di sviluppo: in altre parole, non possiamo che migliorare perché peggio di così non può andare. Il settore della raccolta differenziata attualmente garantisce 120 mila posti di lavoro e dunque in una prospettiva di sviluppo e di rilancio di questa politica si potrebbe registrare anche una positiva ricaduta sui livelli occupazionali.

Occorre però che l’intera classe politica, senza distinzioni di colore o di posizione nello schieramento delle forze esistenti, si dia la sveglia e prenda una robusta dose di caffè: l’aumento dei livelli della raccolta differenziata e la consequenziale riduzione della quantità dei rifiuti che vanno in discarica  senza differenziazione e riciclo sono un bene per la salute delle popolazioni che risiedono nelle aree prospicienti alle discariche, rappresentano il rimedio all’inquinamento delle falde acquifere a causa dei percolati ed inoltre garantiscono, in quanto richiedono, un aumento dei livelli occupazionali, rappresentando in tal modo una delle tante strade possibili per la soluzione del problema legato all’alto tasso di disoccupazione, specie nelle regioni meno virtuose sotto il profilo ambientale dove il numero dei disoccupati è in crescita vertiginosa.