Negli ultimi due campionati il Milan ha messo insieme 109 punti, 57 con la staffetta Allegri-Seedorf, 52 con Inzaghi. L'ultima versione della Juventus di Antonio Conte - targata 2013-2014 - ne aveva collezionati 102. Giusto per farsi un'idea delle distanze che si sono venute a creare tra la Milano (anche neroazzurra) e la Torino da quattro anni tricolore. È vero, il confronto è ingeneroso e scorretto, ma i numeri sono questi e parlano da soli e invocano la rivoluzione.

E forse, dopo tanti anni, la rivoluzione è arrivata. A guidarla un uomo dell'Est, serbo: Sinisa Mihajlovic

Ed è in Miha, uomo di polso, che i tifosi rossoneri ripongono grandi speranze, dopo aver digerito qualche boccone amaro sul mercato. Il retrogusto della beffa di Kondogbia si sente ancora e solo in parte è stato mitigato dal dolce (e salato: 20 milioni) arrivo di Bertolacci, classe '91 e centrocampista di valore.

Ma non basta, non può bastare.

La rosa del Milan è ingolfata da troppi mezzi giocatori che hanno largamente dimostrato la rispettiva mediocrità. Mediocrità che al Milan non si addice, anche sei fasti del passato - e quella musichetta della Champions - sono lontani. Anni luce. Urgono cessioni (dalle quali, possibilmente, ricavare qualche milioncino) e innesti di qualità, che manca sia in difesa che in mezzo al campo.

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Abdennour e Romagnoli sarebbero manna dal cielo, soprattutto il secondo (nato nel '95 e a metà tra Sampdoria e Roma. Là in mezzo manca il centrocampista con il campo di passo, come potrebbe essere Soriano o Boateng, se il Boa fosse più o meno quello del 2010-2011. Witsel, rinnovato De Jong, rimasto Montolivo e arrivato Bertolacci, sarebbe una follia, soprattutto visto il prezzo del cartellino pompato senza alcun senso come i capelli del belga.

E ben venga un giovanissimo come José Mauri, più forte, più giovane e più economico di Baselli (8 milioni l'altina richiesta dell'Atalanta)

E poi c'è il nodo attacco. Dopo la figuraccia Jackson Martinez e l'arrivo di Carlos Bacca - innanzi al quale non in pochi storcono il naso, nutrendo il timore di un caso Ricardo Oliveira 2 - la suggestione è sempre la stessa. Quel nome altisonante, imperioso: Zlatan Ibahimovic.

Non è importante la carta d'identità per fenomeni del suo calibro. Ha vinto sempre e comunque, tranne nel 2011-2012 (e, ohibò, vestiva la maglia rossonera) e in Italia uno come lui fa ancora la differenza.

L'accoppiata Miha-Ibra non può bastare. Il Diavolo, se vuole andare a Parigi a corteggiare Ibra, deve farlo con un bel mazzo di fiori: Abdennour, Romagnoli, Soriano e un redivivo Boateng potrebbero andar bene per riconquistare quel metro e novantacinque da mettere davanti a tutti nel tunnel prima di ogni partita, giusto per far capire che bisogna fare i conti con lui.

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