Le parole e le lacrime trattenute a stento sono difficili da digerire. Sulley Ali Muntari ha spiegato la sua versione dei fatti dopo l'episodio di razzismo che lo ha colpito. Due sono state le situazioni in cui il calciatore del Pescara ha perso le staffe, ma vogliamo soffermarci su una soltanto, ovvero la prima. Secondo quanto ricostruito dallo stesso giocatore è stato un bambino a riservagli dei cori poco ripetibili.

Lui se ne è accorto ma ha dato una lezione di stile ed educazione ai genitori del piccolo, che probabilmente non si rendeva conto nemmeno delle parole che stava pronunciando.

"Non si fa, gli ho detto. E poi mi sono sfilato la maglia. Siamo noi i primi che dobbiamo fare dei gesti per far capire".

Totale mancanza di educazione

L'ultima cosa da fare è ovviamente un trattato di pedagogia, in quanto non abbiamo le basi necessarie . Ma vedere un bambino che discrimina un uomo per via del colore della pelle è una sconfitta per il genere umano. Passino gli insulti (anche se da evitare a prescindere), sintomo di mancanza di educazione. Ma un episodio del genere deve far riflettere: se un bambino non viene redarguito da chi dovrebbe insegnargli la vita, da chi dovrebbe fargli capire che parole e atteggiamenti simili non andrebbero mai utilizzati, non abbiamo possibilità di migliorare.

Non è una questione di schieramenti politici o quant'altro, ma il concetto di supremazia della razza dovrebbe essere seppellito sotto la memoria di quello che è successo non più di cento anni fa. Ma una partita di calcio e qualche parola di troppo offuscano la mente di chi dovrebbe tecnicamente porre rimedio. Anche con un sonoro "Non si dice".