Tre candidati, una maggioranza praticamente impossibile a meno di 'inciuci' o compromessi che dir si voglia. In questo l'Associazione Italiana Calciatori si è dimostrata coerente, dopo che tre votazioni non sono state sufficienti ad eleggere il nuovo presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio. Necessario dunque un ballottaggio tra i candidati più votati, ma l'AIC non è stata al gioco ed ha fatto saltare il banco, non ci sarà nessun presidente alla luce di un quorum non ottenuto. Il commissariamento prospettato dal presidente del CONI, Giovanni Malagò, sembrerebbe dunque l'unica soluzione per evitare la vacatio in sella alla Federcalcio.

Questa è la cronaca di una convulsa giornata all'Hilton Hotel di Fiumicino, dove l'assemblea elettiva della FIGC ha confermato lo stato di un sistema-calcio che, in Italia, se non è malato terminale, poco ci manca.

I tre candidati

Tre i candidati per lo scranno federale più alto, i nomi erano noti a tutti. Si trattava di Cosimo Sibilia, 58 anni, presidente della Lega Nazionale Dilettanti; Gabriele Gravina, 64 anni, presidente della Lega Pro e Damiano Tommasi, 43 anni, presidente dell'Associazione Italiana Calciatori. I primi due sono stati i candidati più votati dopo i primi tre scrutini, nessuno ovviamente ha raggiunto il 50+1 necessario all'elezione. Tre votazioni senza esito hanno aperto la strada al ballottaggio ed al timore che tutto si rivelasse inutile.

Che non ci fossero le condizioni per una scelta maggioritaria, infatti, si era compreso praticamente dopo il terzo scrutinio, quando l'Assocalciatori aveva annunciato la sua decisione di non dare alcuna preferenza a Sibilia o Gravina al ballottaggio. L'esito del voto è stato praticamente anticipato dallo stesso Sibilia: "Abbiamo cercato un accordo in tutti i modi, ora non ci sono più le condizioni per procedere.

Ai rappresentanti della Lega Dilettanti chiedo di votare scheda bianca". Alla quarta ed ultima votazione, pertanto, le bianche sono state la maggioranza con quasi il 60 %.

Le tre votazioni precedenti

La prima votazione si è tenuta poco dopo le 14 e la fumata è stata nerissima alla luce della poca differenza tra Sibilia e Gravina: il primo ha ottenuto il 39,7 % dei consensi, il secondo il 37,06.

Più staccato Tommasi con il 22,34. Le schede bianche hanno avuto una percentuale dell'1,22. Nonostante le sue speranze fossero a questo punto minime, Tommasi non ha comunque fatto il passo indietro confermando la candidatura. Per la seconda votazione sarebbero bastati i 2/3 dell'assemblea, mentre al primo scrutinio era necessario raggiungere il 75 %. Ad ogni modo, nessun eletto anche in questo caso, con Sibilia che ha comunque aumentato il vantaggio (40,41 %) nei confronti di Gravina (36,29). Stessi consensi del primo scrutinio per Damiano Tommasi, a questo punto definitivamente fuori dai giochi come testimoniato dalla terza votazione dove si è attestato al 20 %. Il terzo scrutinio ha visto i due candidati di punta, Sibilia e Gravina, con percentuali simili di poco sotto al 40 %.

Si è dunque andati al ballottaggio ed era evidente che il tesoretto di voti di Tommasi sarebbe stato decisivo nella scelta (o non scelta) del nuovo presidente federale.

Una votazione sofferta, ma era prevedibile

Che sarebbe stata una votazione diversa da quelle degli anni passati era più che evidente. La dispersione di voti era inevitabile considerata la presenza di ben tre candidati. Se andiamo a guardare le ultime elezioni dei vertici della Federcalcio, infatti, cinque anni fa Giancarlo Abete si confermò presidente con il 94 % dei consensi, ma si trattava di un candidato unico. Nel 2014 Tavecchio aveva ottenuto il 64 % alla terza votazione contro Albertini e lo scorso anno era stato rieletto battendo Abodi, sempre alla terza votazione, con il 54 %.

Ciò è il segnale di una divisione sempre maggiore tra le diverse componenti del calcio italiano che si è ulteriormente allargata nel corso degli anni ed oggi, testimoniato da come sono andate le cose all'Hilton Hotel di Fiumicino, ha raggiunto l'apice e si è trasformata in una voragine.