Per molti turisti giunti nel porto di Eliat, città turisticasul mar Rosso nei pressi del confine con l'Egitto, sarà stata la prima volta.Hanno vissuto con il resto della popolazione civile l'angoscia mai conosciutadell'allarme missilistico che ticostringe a raggiungere in pochi secondi il rifugio più vicino.
Ed avranno provato la paura, il terrore, vissuto nei bunkernell'attesa di sentire l'esplosione del colpo che giunge a destinazione edistrugge normali costruzioni civili. Per fortuna il potente apparato antimissilistico della IDF ha ancora una volta evitato il peggio: le contromisure missilistiche israeliane"iron dome" hanno distrutto i missili in volo, evitando il peggio.
Il lancio proveniente dal Sinai ha subito ricevuto l'ignobilerivendicazione di fazioni jihadiste, ma lascia stupiti il fatto che non si siatrattato di uno dei soliti Kassam di Hamas che cadono su città di confine comeSiderot (dove hanno solo 15 secondi per mettersi al riparo dopo l'allarme) madi un missile molto più veloce e con ogiva estremamente potente la cuitraiettoria era nel centro città di Eliat.
Secondo analisti ben informati si potrebbe trattare di armidi fabbricazione iraniana giunti in Sinai attraverso il Sudan.
Perché i maggiori media non hanno dato il giusto risaltoalla notizia? Forse perché attendono la reazione israeliana che non si faràattendere, avendo ben il diritto il Paese di reagire contro un attacco digravissima portata, stante l'obiettivo strategico scelto dai terroristi.
Attesa che ancora una volta darà luce alla potenza di fuoco,spesso chirurgica, della Israel Defense Forces come se Israele dovesseaccettare supina i bombardamenti su civili in tempo di pace.
Fa specie che tutto ciò accada mentre siedono ai tavoli dipace israeliani e palestinesi, pur sotto la minaccia men che velata del segretariodi Stato americano John Kerry verso Israele che, secondo quanto rilasciato inuna intervista a Bloomberg, verrebbe condannata ad a "un'ondata didelegittimazione a livello mondiale".
Perché Kerry espone questa minaccia, quando tutte letrattative di pace precedenti per la questione del West Bank hanno sempre vistoil fallimento per il rifiuto palestinese di addivenire ad un accordo, spessomodificando le richieste e le pretese proprio durante il dialogo, quasi come sela pace non convenisse alla Palestina?
Di certo uno Stato democratico palestinese, in pace conIsraele, non riceverebbe più le valanghe di sovvenzioni mondiali, potrebbe fareuscire dalle condizioni di indigenza la povera popolazione che non viene oggi aiutataa creare agricoltura e ricchezza come il proprio vicino. Forse il contrabbandodi armi, viveri e cemento arricchisce il potere di alcuni a cui fa comodoquesta ignobile farsa.
Sarebbe ora che Barack Obama e la sua amministrazione riflettesserosulla situazione, invece di fare continua pressione su Israele che già harilasciato, per esempio, centinaia di detenuti colpevoli di gravi crimini disangue proprio alla ricerca della pace. E sarebbe ora che tutti noi seguissimogli eventi per non lasciare che la disinformazione partigiana ci assalga.