Per i giudici del tribunale del riesame c'era "la deliberata volontà di fuga". Il Tribunale del Riesame della Corte di Palermo, ha rifiutato l'appello dei legali di Marcello Dell'Utri, che richiedevano la scarcerazione. Gli avvocati dell'ex senatore avevano impugnato la sentenza di ordinanza di custodia cautelare in carcere disposta dala Corte d'Appello di Palermo, in seguito all'arresto compiuto il 12 aprile scorso in Libano per pericolo di fuga.



Così, poche ore fa, da parte del tribunale del Riesame, presieduto da Giacomo Montalbano, è stato confermato l'ordine di custodia cautelare e, quindi, Marcello Dell'Utri, rimane carcerato in Libano, luogo in cui si trovava al momento della decisione da parte della Corte. Nel provvedimento dei giudici del Riesame si legge: "È del tutto indimostrata la circostanza secondo cui Marcello Dell'Utri sarebbe stato inviato a Beirut su preciso incarico, al fine di svolgere attività di supporto politico e/o professionale".

Subito dopo l'arresto si era infatti detto che l'ex senatore si sarebbe recato in Libano "su incarico di Berlusconi" per motivi politici. I legali di Dell'Utri, invece, sostengono la tesi della non volontà di fuga, e questo verrebbe dimostrato dal fatto che l'ex Senatore di Forza Italia, in Libano, usava regolarmente le sue carte di credito, e altri strumenti tecnologici che avrebbero lasciato tracce ovunque.

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Silvio Berlusconi

Sempre secondo i legali, il pericolo di fuga è sempre stato insussistente, e argomentano la loro tesi mostrando proprio i movimenti non sospetti dell'imputato. Furono le accuse di Gaspare Spatuzza a inchiodare definitivamente Marcello Dell'Utri. È stato un lungo iter processuale che si è concluso con una sentenza di primo grado che l'11 dicembre del 2004 che ha condannato l'ex Senatore a 11 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Le prove della Procura furono descritte come "schiaccianti e sovrabbondanti" , mentre i legali di Dell'Utri replicarono definendo le accuse prive di riscontri, frutto dell'invenzione dei Partiti.

È stato accusato di essere "l'Ambasciatore di Cosa Nostra", il garante degli interessi mafiosi all'interno della Fininvest, di cui era dirigente, nonché il tramite tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Il senatore palermitano, ha dovuto difendersi dalle accuse di essersi messo disposizione dei mafiosi nell'arco di un trentennio fornendo un contributo significativo al consolidamento di Cosa Nostra.

In secondo grado, la sua pena è stata ridotta a 7 anni di reclusione.

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