Se, il prossimo 18 settembre, dovessero vincere gli indipendentisti, molte sarebbero le conseguenze per la Gran Bretagna, a cominciare proprio dal nome, che, dopo più di 300 anni, dovrà essere cambiato. La Regina dovrà modificare il titolo e David Cameron potrebbe essere costretto a dimettersi e, proprio in queste ore, come suo possibile successore, sta circolando il nome dell'attuale sindaco di Londra, Boris Johnson. Inoltre, il partito laburista che ha nella Scozia lo zoccolo duro dei sostenitori, potrebbe doversi rassegnare a militare in futuro solo tra le fila dell'opposizione.
Le conseguenze più pesanti sarebbero, in ogni caso, quelle economiche. La Scozia vale 150 miliardi dell'economia britannica e la ri-localizzazione di aziende e servizi porterebbe alla svalutazione di almeno il 10%, con conseguente abbassamento degli stipendi, mentre, di contro, quelli degli scozzesi, si stima, aumenterebbero. Alla Scozia, inoltre, resterebbero la maggior parte dei pozzi petroliferi, situati nel mare del Nord e al Regno entrerebbero meno tasse, con un calo di più dell'8% degli introiti. Per quanto riguarda la moneta, la Scozia vorrebbe mantenere la sterlina, ma il governatore della Bank of England ha escluso ogni possibilità per "incompatibilità con la sovranità".
Lo stesso portavoce del Fondo Monetario Internazionale, William Murray, ha paventato la reazione negativa dei mercati all'indipendenza scozzese: sono bastate, infatti, le notizie dei primi sondaggi che riferivano di un vantaggio dei 'sì' sui 'no' per indebolire la sterlina che, proprio, ieri, ha registrato un –1,3 rispetto al dollaro (il risultato peggiore degli ultimi 10 mesi).
Tuttavia, l'ultimo sondaggio, commissionato da Yougov, sembra ribaltare la tendenza: stando alle ultime indagini, ora gli unionisti sarebbero il 52%, in vantaggio, dunque, sui secessionisti. Ora pare certo che il prossimo 18 settembre il referendum si deciderà all'ultimo voto e decisive, stando alle valutazioni degli analisti, saranno le numerose isole scozzesi. Le Shetlands e le Orcadi, fino a poco tempo fa lealiste nei confronti del Regno, ora sosterrebbero la causa indipendentista.