Nuovo contagio negli Stati Uniti e nuova violazione del protocollo. L’ebola sta sfuggendo di mano addirittura agli Usa. Obama ha rinviato tutti i suoi viaggi, ha programmato un vertice d’emergenza alla Casa Bianca, ha chiesto all’Europa un maggiore impegno nell’arginare la diffusione del virus ebola. Ormai decine di persone in quarantena solo negli Stati Uniti. Il virus è arrivato anche in Occidente. Il secondo caso americano è quello di un’infermiera dell’ospedale di Dallas. La seconda persona contagiata nello stesso ospedale, ancora un’infermiera del paziente zero.

C’è una falla nel protocollo di sicurezza. Appare ormai evidente. E c’è una sottovalutazione del problema. La donna aveva viaggiato in un aereo, con alcune linee di febbre, con altre 132 persone. 132 persone potenzialmente contagiate dal virus. Lo stesso Dipartimento dei servizi sanitari americano ammette che “c’è stata un infrazione del protocollo e potrebbero esserci altri casi”.

Perché non si riesce a gestire il virus?

Obama ha riunito i capi di stato di Regno Unito, Germania, Francia e Italia in una conferenza online. "Nel corso della conversazione telefonica - ha poi raccontato il premier Matteo Renzi - abbiamo convenuto un impegno addizionale dell'Italia per l'ebola in partnership con il Regno Unito in Guinea e Liberia.

Abbiamo stanziato un contributo di 50 milioni accogliendo l'appello delle Nazioni Unite”. Subito sono scattati i controlli sui 132 passeggeri del volo sotto inchiesta e decine di persone si trovano già in quarantena. Il protocollo di sicurezza è molto complicato, molto rigido e attualmente anche molto sottovalutato. Queste falle nel sistema di controllo potrebbero diffondere il virus a una velocità incontrollabile. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, non a caso, è duro nei confronti dei leader mondiali che stanno gestendo l’emergenza: "La risposta della comunità internazionale all'Ebola ha fallito nel capire e affrontare in maniera adeguata l'entità dell'epidemia e dei suoi effetti”.

Il virus potrebbe sfuggire di mano e arrivare in Europa e negli Stati Uniti. I controlli vacillano. Come se non bastasse, i sintomi iniziali della malattia sono comuni a molte infezioni di minor gravità. I controlli sono costosi ed è difficile identificare chi potrebbe essere stato effettivamente infettato dal virus in una fase iniziale. Gli operatori sanitari americani, inoltre, avrebbero lavorato senza le dovute precauzioni e le tute protettive complete secondo protocollo di sicurezza. Il minimo errore o contatto può determinare il passaggio del virus da una persona all’altra. Il rischio, quindi, è elevatissimo. I campioni prelevati al paziente zero, infine, avrebbero potuto contaminare l’intero sistema sanitario dell’ospedale.

Scarti pericolosi sarebbero stati smaltiti senza le dovute precauzioni. Ma le versioni ufficiali, ovviamente, contrastano con quelle ufficiose.

Cosa sta facendo l’Europa per arginare il virus?

"Rafforzare i controlli in uscita dai tre Paesi focolai di Ebola è essenziale". L’Eruopa deve coordinare in maniera più efficace gli interventi e gli scambi di informazioni fra gli Stati. Per evitare che altre persone contagiate possano viaggiare a stretto contatto con civili sani. La malitta si è ormai trasformata in una epidemia: quasi 5000 morti secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, 70% di rischio di morte per chi contrae il virus. Se i protocolli non verranno rispettati, se le misure di sicurezza non verranno rese più ferree, si rischia di raggiungere i 10mila infettati alla settimana nelle aree più colpite.

E allora l’ebola diventerà veramente una emergenza mondiale. Ma purtroppo non sarà più gestibile. Sarà solo mortale. Come gestire in modo più efficace i controlli? La comunità internazionale sta sottovalutando l’emergenza?