Migliaia di uomini di ogni età (ma perlopiù giovani adulti) si sono calati in pantaloni e hanno sfilato in minigonna per le strade delle principali città della Turchia e dell'Azerbaijan. È accaduto ieri e la manifestazione dal contesto cittadino s'è allargata al mondo virtuale, attraverso iniziative di supporto nei principali social. Un modo originale e simbolico, quello d'indossare panni femminili, per sensibilizzare l'opinione pubblica non solo nazionale sul caso della giovanissima Aslan Özgecan, la ragazza di vent'anni violentata lo scorso 13 febbraio dall'autista del minibus che a Mersin, nel sud della Turchia, la stava riportando a casa dall'università: la studentessa di psicologia ha tentato di resistere al suo aguzzino, ma questo l'ha uccisa e mutilata.

Il corpo, amputato delle mani, è stato bruciato e abbandonato sulle sponde di un fiume. Un fatto di cronaca che ha scatenato nell'intero paese un'ondata di indignazione e il cordoglio privato s'è presto trasformato in una forma d'insubordinazione collettiva, l'espressione di una profonda insofferenza nei confronti delle sacche di violenza sempre più ampie nel paese mediorientale. Sono le donne a farne soprattutto le spese: si stima che da quando s'è insediato al potere il partito di Erdogan, il premier in carica, i casi di violenza sulle donne sono aumentati del 400% e solo nell'ultimo anno i femminicidi perpetrati sono stati un 40% in più rispetto a quelli dell'anno precedente.

Stime che denunciano un costume diffuso, quello della sopraffazione domestica o della prepotenza maschile, che spesso sfocia nella tragedia. E benché il problema della violenza di genere non sia naturalmente un fenomeno solo turco (nessuna società ne è al riparo), nel paese persiste l'antico retaggio della tacita tolleranza e dell'impunità nei confronti di chi esercita la forza bruta sulle donne.

Lo stesso Erdogan ha sì assicurato che l'assassino di Aslan verrà sanzionato con la massima pena, ma ha anche dichiarato, con un tempismo sinistro, che è bene che le donne si affidino alla protezione maschile. È proprio contro questa mentalità retrograda ma ancora radicata che gli uomini turchi e azeri si sono riuniti in cortei pacifici indossando ciascuno una minigonna come vessillo della loro battaglia.

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