Aslan Özgecan aveva vent'anni ed era una studentessa di psicologia. Lo scorso 11 febbraio, a Mersin, in Turchia, stava tornando a casa dall'università, ma la sua giovane vita è stata barbaramente spezzata dall'autista dell'autobus che l'ha violentata e uccisa, infierendo su di lei anche dopo la morte: mani amputate, pugnalate su tutto il corpo, i resti dati alle fiamme e poi abbandonati, carbonizzati, sulle sponde di un fiume. La ragazza ha cercato di resistere al suo violentatore, ma non è riuscita a scongiurarne la furia assassina.

L'uomo, aiutato dal padre e da un amico a disfarsi dei resti della giovane vittima, è stato arrestato e ora Erdogan, il premier del paese, chiede per lui la pena massima. Ma questo fatto terribile, con la sua valenza paradigmatica, ha liberato un'inattesa e potentissima emotività e in tutto il paese, non solo a Mersin, ma anche a Istanbul e ad Ankara, decine di migliaia di donne, vestite di nero, hanno invaso le strade brandendo foto della ragazza uccisa, per protestare contro lo stesso presidente, che solo lo scorso martedì, con discutibile senso dell'opportunità, ha dichiarato che "le donne si devono affidare agli uomini", ribadendo la sua posizione retriva in fatto di eguaglianza e parità di diritti fra i generi.

La Turchia non è un paese per donne  

La scrittrice turca Elif Shafak, in passato accusata dai nazionalisti del suo paese di aver sferrato un attacco all'identità turca per aver pubblicato un libro che si riferisce al massacro agli Armeni come a un genocidio, da sempre una delle voci più alte delle rivendicazioni femministe, s'è espressa sulla questione in modo molto chiaro: "d'ora in poi le donne non si dividono più tra turche e curde, tra musulmane e non musulmane, ma tra chi difende il silenzio e chi rifiuta di stare zitta".

In Turchia, in 13 anni, e cioè da quando è al potere il partito di Erdogan, le violenze sulle donne sono aumentate del 400% e solo nell'ultimo anno i femminicidi sono aumentati del 40%. Questi dati, che inchiodano con spietatezza protocollare un intero paese alla sistematicità delle sue violenze, non indignano solo le donne: è atteso per questi giorni, a Istanbul, un raduno di uomini in minigonna, una scelta dal preciso significato simbolico, il rifiuto di tollerare ancora la diffusa impunità nei confronti di chi commette reati contro le donne, retaggio della tradizione patriarcale del paese anatolico.

Il messaggio appare inequivocabile: la violenza di genere non riguarda solo le donne che ne sono vittime, ma una società intera, uomini per primi. Uomini che non possono più far finta di nulla. 

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