Tanto si è parlato di Jihadi John, lo spietato boia dell'Isis di cui è stata recentemente svelata l'identità. Ma chi sono le sue vittime? Chi sono quegli gli ostaggi vestiti d'arancione i cui ultimi istanti di vita sono stati ripresi e diffusi in tutto il mondo? I loro volti - i volti di chi sa di morire di lì a poco - mostrano un'apparente calma, nessuna traccia di disperazione. I loro corpi, immobili, sembrano rassegnati al destino imminente: nessun tentativo di dimenarsi, di sfuggire a quella presa mortale.

James Foley

Il primo a soccombere per mano del londinese divenuto terrorista è James Foley. Giornalista freelance americano, collaboratore di France Press, viene rapito il 22 novembre 2012 nelle vicinanze di Taftanaz, nella Siria nord-occidentale, insieme al suo autista e al suo traduttore, poi rilasciati.

Non è la prima volta che Foley subisce un rapimento: già nell'aprile del 2011, mentre si trova in Libia, viene catturato da un gruppo di sostenitori del regime di Gheddafi insieme ad altri tre giornalisti: l'americana Clare Gillis, lo spagnolo Manu Bramo e il sudamericano Anton Hammel. È quest'ultimo ad avere la più tragica delle sorti: viene ucciso quasi subito mentre gli altri tre, tra cui James Foley, vengono tenuti prigionieri per 44 giorni e poi liberati. Lo stesso non accade in Siria. L'epilogo della seconda prigionia del reporter americano non coincide affatto con un happy end. Un video intitolato Messaggio per l'America, si conclude con la testa mozzata di Foley poggiata macabramente sul resto del suo corpo. È il 19 agosto 2014.

Steven Joel Sotloff

In quello stesso video Jihadi John, autore dal volto coperto della decapitazione di Foley, presenta un altro prigioniero.

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È l'americano Steven Joel Sotloff, corrispondente del Time. Di lui non si avevano più notizie dall'agosto del 2013. "La vita di questo cittadino, Obama - minaccia il jihadista - dipende dalle tue prossime decisioni". E con l'immagine di Obama che parla dal Campidoglio di Washington inizia il Secondo messaggio all'America, postato in rete il 2 settembre 2014, che mostra in diretta la morte di quel prigioniero minacciato nel video precedente. Subito dopo compare lui, Steven Sotloff, con una tuta arancione che ricorda i prigionieri di Guantanamo e il deserto silenzioso alle spalle. Il viso indecifrabile, nessun segno di disperazione, paura, sconforto. Neanche di rabbia per il destino imminente che gli è toccato. La voce è ferma, senza balbettii o esitazioni: "Obama, la tua politica estera in Iraq doveva servire a proteggere gli americani. Perché allora io devo morire?".

Due minuti e 46 secondi dopo, il tragico epilogo, altrettanto macabro del primo messaggio all'America: un fermo immagine sul corpo dell'ostaggio appena decapitato.

È la conferma che "questi dell'Isis fanno sul serio". Il video della decapitazione di Steven Sotloff contiene la minaccia di morte a un altro prigioniero, britannico stavolta. Si tratta di David Cawthorne Haines e morirà undici giorni dopo, il 13 settembre 2014.

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