Londra è sconvolta. "Jihadi John", il boia dell'Isis, il tagliagole a volto coperto, artefice degli assassini di numerosi ostaggi occidentali, sarebbe un londinese di origine kuwaitiana. A svelarlo è il Washington Post, che riporta quanto trapelato dalle indagini condotte dai servizi segreti inglesi.
Mohammed Emwazi; questo il vero nome dell'omicida mascherato, quel Jihadi John noto alla stampa internazionale in seguito a una foto che lo ritrae con in mano una testa mozzata. Nato in Kuwait 27 anni fa, all'età di sei si sarebbe trasferito con la famiglia a Queen's Park, quartiere nord-occidentale della capitale britannica, frequentando scuole inglesi fino alla laurea in Informatica, ottenuta con ottimi voti.
Un profilo che turba profondamente l'Occidente, confermando da un lato la psicosi del "nemico è tra di noi" - Mohammed Enwazi è cresciuto tra inglesi, camminava sotto il Big Ben o tra le affollate vie della metropoli, mangiava cibo inglese - dall'altro le falle di un sistema di integrazione culturale che fa acqua da tutte le parti.

La famiglia Emwazi, a Londra, viveva in una vera e propria apartheid, a detta dei vicini. "Una famiglia strana, eccentrica, riservata. Non si mischiavano mai con gli altri" - ha detto un inquilino del palazzo in cui abitava il futuro Jihadi John. Emblema di quella parte di società araba che, per usare la metafora coniata da una scrittrice libanese, Hanan El Shayk, decide di "vivere con le tende chiuse", rifiutando qualunque tipo di contaminazione con la cultura made in Britain.

Il viaggio in Tanzania e la svolta integralista

Chi l'ha conosciuto a Londra, a scuola o durante il percorso universitario, descrive però Mohammed come un ragazzo almeno apparentemente non restìo all'integrazione. Un ragazzo che, pur osservando la fede musulmana, seguiva la moda occidentale. "Gentile, sempre elegante". La svolta integralista, secondo le indagini, sarebbe avvenuta durante gli anni di studio alla University of Westminster. Anni in cui si sarebbe messo a frequentare spesso la moschea di Greenwich, nel sud-est della metropoli.

Poi un viaggio. È il 2009, il futuro Jihadi John si è appena laureato e quella in Tanzania doveva essere la meritata vacanza-ricompensa. Ma, a quanto raccontano i due compagni di viaggio, un tedesco convertito all'Islam di nome Omar e un altro chiamato Abu Talib, qualcosa va storto. I tre non fanno in tempo ad arrivare all'aeroporto di Dar Es-Salam che la polizia li rispedisce indietro, sospettando che Emwazi faccia parte dei Shebab somali, il gruppo di militanti insurrezionalisti islamici attivo in Somalia.

"Un episodio dirompente nella psicologia di Mohammed" - continuano i conoscenti. Ma non finisce qui. Nella sosta ad Amsterdam, durante il viaggio di ritorno dall'inesplorata Tanzania, Mohammed Emwazi viene avvicinato da un agente dell'MI5, i servizi segreti britannici. "Capì a quel punto di essere sotto controllo" - racconta un dirigente di un Ong londinese, tale Qureshi, con cui il ragazzo si teneva in contatto via mail. «Mi scrisse che sarebbe andato in Kuwait, il suo Paese Natale, per lavorare in un'azienda informatica e per trovare moglie. Da allora, era il 2010, non l'ho quasi più sentito».

Secondo il Daily Mail, a partire da quell'incontro ad Amsterdam, i servizi inglesi avrebbero più volte provato a reclutare Mohammed come informatore a libro paga, senza però riuscirci.

Il trasferimento in Siria e le decapitazioni

Quello che è certo è che, nel 2012, il giovane terrorista riesce a recarsi in Siria per unirsi ai miliziani di Al Baghdadi. Il resto è storia. Seguono le immagini tristemente note delle foto e dei video delle decapitazioni in cui quel ragazzo cresciuto a Queen's Park fa da protagonista nelle vesti aberranti di omicida mascherato. È lui il tagliagole dei cooperanti britannici David Heines e Alan Henning, dei giornalisti americani Steven Sotloff e James Foley, del corrispondente di guerra giapponese Kenij Goto, oltre che di numerosi soldati siriani.

Dura la reazione della figlia di David Heines, il cooperante decapitato dall'Isis in una nel settembre del 2014, alla notizia del disvelamento dell'identità dell'assassino del padre.

"Non sarò felice - ha detto la donna - finché non ci sarà una pallottola tra i suoi occhi".