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Sono trascorsi 384 anni dalla tragedia avvenuta in Campania, annunciata qualche giorno prima dal risveglio del Vesuvio che dormiva pacificamente da più di 130 anni. Stesso simile evento sembra stia per verificarsi in Sicilia a opera dell'Etna che, dopo mesi di continui segnali avvisa la popolazione del suo imminente risveglio. E sono immense le fumate di colore grigio che s'aggiungono alle piccole ma continue scosse di terremoto, a cui immancabilmente segue la deformazione del suolo nelle zone circostanti il vulcano. Così fu quando il 16 dicembre del 1631, alle 7 del mattino, improvvisamente si spalancò una 'bocca' nel versante sud-est del vulcano a lato mare, sputando una massa di lava incandescente che raggiunse un'altezza eruttiva stimabile fra i 13 e i 19 chilometri; insieme ad essa una nube tossica oscurò il cielo portando la notte.

L'apertura di questa 'bocca' permise al Vesuvio di svuotare quasi tutta la massa magmatica che era da tempo compressa e contenuta dalla lunga e apparente inattività, facendo sentire, dopo tanto tempo di silenzio, i boati delle sue eruzioni anche alle regioni vicine: Marche, Calabria, Umbria e Puglia.

I danni dopo l'eruzione

I danni causati dall'eruzione furono ingenti e coinvolsero Resina (ai tempi chiamata Ercolano), Torre del Greco, Torre Annunziata e Portici distruggendole nella quasi totalità e causando 4mila morti. Alle vittime umane s'aggiunsero, allo scorrere incessante del magma incandescente sul terreno, la morte di oltre 6mila capi di bestiame che furono inesorabilmente e senza via di scampo bruciati vivi. Questa eruzione riporta alla mente quella del 79 d.c.

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in cui Pompei fu rasa al suolo causando lo sterminio della sua popolazione. I cicli delle eruzioni vulcaniche del Vesuvio sembrano separati da brevi periodi d'inattività e ognuno di questi si chiude al verificarsi di violente eruzioni chiamate "finali", come quella del 1906 che ne rappresenta la manifestazione più violenta. A questa segue quella "terminale", un'eruzione mista a carattere esplosivo e effusivo che, dopo il 22 marzo del 44 mutò lo stile eruttivo del Vesuvio portandolo ad avere uno stato di attività a condotto ostruito. Queste non sono le uniche eruzioni della sua attività continua, e seppur con periodi di tranquilla inattività ricordiamo quella del 1820, 1848, 1855,, 1872, 1895, 1898 e 1929.

Dopo cent'anni cos'è cambiato

Oggi la tecnologia e la scienza sono rivolte allo studio di quegli eventi che possono 'riaccendere' qualsiasi vulcano nel mondo e per questo in Italia, sono continuamente monitorati da sofisticati strumenti visivi e termici: Stromboli, Vesuvio, Campi Flegrei, Ischia, Etna e Vulcano.

Tutti hanno la massima attenzione degli scienziati per via della loro pericolosità e per le risorse minerarie che contengono, sopratutto per lo sfruttamento dell'energia geotermica che sono in gradi di produrre e che potrebbe soddisfare il fabbisogno del pianeta per i prossimi 4000 anni. I più monitorati per la loro pericolosità sono: Vesuvio, Roccamonfina, Campi Flegrei, e le isole vulcaniche di Ischia, di Procida, e di Vivara, che per adesso restano tranquilli nella loro evoluzione. Da qualche settimana gli scienziati si sono spostati in Sicilia, al vulcano Etna che sembra tornare in scena fra sbuffi di cenere ed eruzioni magmatiche, e il giorno dell'immacolata ha portato agitazione nel territorio alla vista dei quattro chilometri percorsi dal magma fuoriuscito che oltrepassando Monte centenari ne ha cambiato l'immagine. Una riflessione è da farsi su questi scenari spettacolari e su questa terra che ha infinite risorse sembrando quasi viva nella sua pericolosità, ma non ci si può non meravigliare al vedere le immagini che creano davanti ai nostri occhi la forza della natura, augurandosi che tutto il male che può prospettare si possa solo fotografare.