Sono più di 10 anni che si sente parlare di netiquette e netica (net-etica, etica della rete), raccolte di principi volti a normare la presenza dell'utente in rete e le relazioni tra gli utenti. Gli ultimi 10 anni rappresentano anche il tempo attraverso cui sempre più privati e sempre più aziende hanno preso dimora in rete e interagito tra loro. A seguito del grande successo dei social network, i grandi investitori non hanno esitato a investire qui parte del loro capitale, anche solo in pubblicità. Garantire l'esistenza di social network sicuri e legali è diventato a questo punto interesse delle stesse aziende, in modo non molto diverso dall'attenzione che qualsiasi negoziante tradizionale pone alla strada che lo collega al mondo. 

Gli ultimi 10 anni sono anche gli anni delle prime violazioni delle norme di netiquette (ad esempio fare spam su  spazi pubblici o privati come forum o caselle di posta, pubblicare messaggi offensivi etc.), anni accomunati tra loro da una dimensione abbastanza isolata degli eventi problematici, anni tutto sommato tollerabili, familiari.

2015: il punto di non ritorno

Il 2015 rappresenta il primo vero punto di non ritorno per i social network. Non più singoli e scollegati episodi di violenza o cafonaggine, bensì un corpo unito di violenti e la promozione della stessa violenza e cafonaggine a istituzione. Jihadisti, jihad, Isis, terrorismo, sono le parole chiave che ci aiutano a capire come mai - adesso - anche i governi chiedono ai colossi del web una stretta concreta circa le regole di condotta degli utenti.

Un aggiornamento delle regole di condotta sono già state pubblicate da Twitter e non riguardano solo ed esclusivamente il fenomeno terrorismo. Il picco di violenza toccato dalla galassia jihadista ha innescato una vera e propria reazione di riforma generale. Nulla di nuovo se non che la ripresa convinta di divieti già noti quali, ad esempio: «promuovere la violenza contro una persona o attaccarla direttamente o minacciare altre persone in base a razza, etnia, origine nazionale, orientamento sessuale, sesso, identità sessuale, religione, età, disabilità o malattia».

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