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Ad oltre due mesi dal Terremoto del 24 agosto che ha colpito il centro Italia, gli allevatori non hanno ancora ricevuto il ricovero per i loro animali. In entrambe i filmati del Fatto Quotidiano vengono intervistati degli allevatori che vivono in alcune piccole frazioni dislocate nei dintorni di amatrice.

In attesa di un riparo dalla neve

Fin dai primissimi momenti dopo il terremoto, le istituzioni hanno rilevato come fra gli sfollati vi fossero diverse necessità. Molti sono stati accolti nelle tendopoli, altri portati fin da subito nelle strutture ricettive della costa che hanno offerto accoglienza. Capitolo a parte però era quello degli allevatori e degli imprenditori agricoli, che non potevano né volevano spostarsi dal territorio al fine di poter continuare a seguire la propria attività.

A loro, oltre al riparo nelle tendopoli della Protezione Civile, sono stati promessi ricoveri per gli animali, perché in montagna l'inverno arriva in fretta. Ma, ad oggi, alle promesse non ha ancora fatto seguito alcuna azione.

"Vorremmo arrangiarci da soli, ma non possiamo"

L'aspetto paradossale è che gli allevatori non lamentano tanto l'assenza delle istituzioni, o quella delle associazioni di categoria. Sembrano anzi quasi rassegnati alla consapevolezza che tali enti si limitano a gesti pro forma, a beneficio dei giornalisti e delle televisioni. Lamentano piuttosto il fatto di non poter agire in autonomia, come sono abituati a fare. A Cossito, una delle piccole frazioni dei dintorni di Amatrice, è stato allestito un campo autogestito a cui la Protezione Civile ha negato il suo supporto.

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Gli abitanti si sono dovuti appoggiare alla generosità dei privati e ora avrebbero anche dei moduli abitativi da poter installare. Come sempre, sono le autorizzazioni ufficiali che mancano.

Insomma quello che emerge dalle parole di questi uomini di montagna è che alle istituzioni si chiede non un aiuto materiale, ma solo libertà di azione (nei limiti delle leggi). La burocrazia diventa un impedimento (così come la volontà di approfittarsi della situazione, insinua qualcuno) anziché un'agevolazione. Antonio Di Marco, allevatore di Rocchetta, conclude con un'osservazione molto semplice. Chiede di considerare lo stato d'animo delle persone del posto, che hanno perso tanti amici e di abbandonare atteggiamenti volti solo ad ottenere consenso popolare e plauso. Invita infine di prendere misure concrete come l'organizzazione di filiere di vendita che rendano più competitivi gli imprenditori della zona.

Ascoltando le parole di questi uomini, si ha l'impressione che il semplice buon senso sia diventato merce rara in Italia.