Dal luglio scorso, centinaia di attivisti di 200 tribù d'indiani americani, stanno bloccando la costruzione di un oleodotto di 1.825 chilometri, la cui opera costerebbe intorno ai 4 miliardi di dollari, e che porterebbe il petrolio estratto per mezzo del controverso metodo del “fracking” dal Dakota del Nord fino allo stato dell'Illinois. Si tratterebbe della maggior concentrazione di tribù dall'epoca delle guerre indigene del secolo XIX.

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Uso della violenza per tenerli lontani

Per ora, non ci sono stati morti, ma comunque molta violenza nei confronti dei nativi del luogo. Le autorità di Dakota del Nord e del Sud, oltre alle guardie di sicurezza dell'impresa che costruisce l'oleodotto, la Dakota Access, hanno impiegato cani e sistemi di attacco non letale, come spray al pepe, per mantenere lontani dalle opere gli indiani, che, ora, contano con l'appoggio di gruppi ecologisti e di sinistra.

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Qualche giorno fa furono arrestate 141 persone che cercavano d'interrompere le opere della Dakota Access. Molti attivisti intervenuti hanno ricevuto cure mediche a causa di morsi di cani, ed altre perché le era stato spruzzato dello spray che produce prurito ed irritazione alla gola ed agli occhi.

L'aggressività delle autorità locali è stata così violenta che i leader di Standing Rock, cioè della riserva indiana, hanno chiesto allo Stato Federale, cioè a Washington, di aprire un'indagine in merito a quella che essi considerano un'attuazione sproporzionata da parte delle autorità locali.

L'unica risposta che hanno ricevuto dal governo Obama, tanto difensore delle minoranze etniche, è stata l'interruzione per quarantotto ore dei lavori da parte delle scavatrici.

Una questione culturale e medio ambientale

Il rifiuto degli indiani nella costruzione dell'oleodotto risiede sia a livello culturale che ambientale. Infatti l’opera della quale si parla passerebbe a meno di un chilometro dalla riserva, vicino a zone dove si trovano cimiteri e luoghi di culto tradizionali, già di per sé, spesso profanati. 

 

 

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