Forse non tutti sanno che la Resistenza e poi la Liberazione passarono anche per la tavola. O almeno per le tavole di alcuni italiani. In largo anticipo rispetto al 25 aprile del 1945, data proclamata dal decreto legislativo firmato dal principe Umberto II a celebrazione della totale liberazione del territorio italiano dal nazifascismo, ci fu una grande e originale festa con offerta di enormi quantità di pastasciutta al burro, alla notizia che il Gran Consiglio aveva sfiduciato Benito Mussolini, evento che segnò la caduta del fascismo. Era il 25 luglio del 1943; in realtà mancavano 20 mesi alla Liberazione, ma qualcuno festeggiò facendo un'indigestione di maccheroni.

La pastasciutta in 'bollore' a casa Cervi, il più bel discorso sulla caduta del Fascismo

Il 25 luglio del 1943, giunse in tutto il Paese la notizia della caduta del fascismo. In realtà la data illuse molti italiani sulla fine della guerra e della dittatura, perché la Liberazione avvenne quasi due anni dopo a costo di tanti sacrifici di vite umane. Ma quel 25 luglio, fece venire voglia di festeggiare e qualcuno scrisse un capitolo di storia italiana con una caratterizzazione gastronomica.

A Campegine in provincia di Reggio Emilia, la famiglia Cervi insieme ad altre famiglie del paese, organizzò una grande festa aperta a tutti, a base di pastasciutta. La pasta fu portata in piazza con dei bidoni per il latte. Grandi quantità di maccheroni conditi con burro e formaggio dall'evidente significato ideologico, perché tanto 'biancore' era contrapposto al nero delle camicie e agli oscuri divieti che il regime aveva esteso anche al menù quotidiano degli italiani.

Si trattava inoltre di un pasto di lusso in tempo di guerra e di razionamenti. Il passaparola fu perciò rapido, la cittadinanza accorse in massa ma tutti si misero ordinatamente in fila, felici di poter mangiare finalmente un piatto di maccheroni e assaporare con il cibo anche il senso di piena libertà che pareva riconquistata.

La pastasciutta strumento di lotta e di memoria

La pastasciutta 'in bollore' fu considerato da papà Cervi il 'più bel discorso contro il fascismo'. Quel 25 luglio 'culinario-mangereccio' scrisse una pagina di storia italiana rimasta quasi sconosciuta nella memoria collettiva. Contraddistinse un momento di genuina festa popolare, prima della Lotta di Liberazione.

L'uso della pastasciutta come strumento di dissenso e di lotta, aveva un significato più che simbolico: la pasta 'passatista' era stata messa al bando dal Manifesto della cucina futurista di Tommaso Marinetti, considerato ideologo e ispiratore del regime. Che poi nelle tavole di gerarchi e del Duce, che vantava di fare pasti frugali e di dare priorità a riso e zuppe, trovasse posto è un altro paio di maniche. In tempo di guerra e con il cibo razionato, in tavola erano pochi i cibi disponibili: pane nero, polenta, di granoturco, tagli di carne di scarto, uova.

L’Istituto Cervi ripropone da 20 anni l'evento. L'iniziativa si è allargata e da allora negli anni si è creata addirittura una Rete nazionale delle pastasciutte antifasciste con vari comuni che aderiscono organizzando tavolate sia il 25 aprile che a luglio.

Anche se in chiave rivisitata e maccheroni con condimenti più ricchi.

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