Dopo 41 giorni di sciopero della fame, i prigionieri palestinesi hanno finalmente interrotto il loro digiuno, dopo lunghissime di trattative.

La protesta, iniziata il 17 aprile, si è conclusa definitivamente nella notte tra venerdì 26 e sabato 27 maggio, in corrispondenza con l’inizio del mese del Ramadan, grazie ad un accordo tra i rappresentanti degli scioperanti, le autorità carcerarie israeliane e la Croce Rossa.

Si è trattato del più lungo sciopero di massa organizzato nelle carceri israeliane, che ha coinvolto più di millecinquecento detenuti.

Sciopero sostenuto da moltissime manifestazioni e presidi di solidarietà, che si sono diffusi anche al di fuori dei confini palestinesi.

Durante il periodo dello sciopero, molti rappresentanti della società civile della comunità internazionale hanno cercato di fare pressione sul governo israeliano, preoccupati delle condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi e delle molteplici infrazioni da parte di Israele delle convenzioni internazionali e dei diritti umani.

Israele, nonostante la dura opposizione del governo Netanyahu, sempre contrario a ogni tipo di trattativa coi prigionieri, si è trovato nella condizione di dover accettare alcune richieste di questi; i dettagli dell'accordo non sono ancora però stati resi noti.

I risultati della protesta

Attualmente sappiamo che i detenuti hanno ottenuto l’aumento delle visite dei familiari, da una a due volte al mese. Inoltre, le autorità israeliane si sono impegnate a revocare tutte quelle restrizioni che limitavano l’accesso alle prigioni da parte dei familiari dei reclusi.

Decisivo è stato l'intervento del leader di Fatah Marwan Barghouti: "Soltanto quando (gli israeliani) hanno coinvolto Marwan è stato possibile arrivare all’intesa che garantirà ai nostri fratelli incarcerati migliori condizioni di vita" ha spiegato al manifesto Issa Qaraqe, rappresentante del Comitato nazionale di sostegno ai detenuti.

Grazie a questo successo, il Barghouti si è ritrovato ad essere ancora più influente, nonostante i tentativi delle autorità israeliane di screditarlo agli occhi dell'opinione pubblica, diffondendo video del leader che mangia dei biscotti di nascosto durante lo sciopero della fame.

Ci sono però ancora degli obiettivi che nonostante le trattative non sono stati raggiunti: non c'è ancora certezza sulla questione dell’installazione di telefoni pubblici nelle prigioni, della possibilità di accedere a corsi di studio, di poter vedere un maggior numero di canali televisivi, né vi è stata conferma della possibilità di garantire cure mediche tempestive.

Ma, fatto ancora più grave, non c'è stato nulla da fare per impedire ad Israele l'utilizzo delle detenzioni amministrative, ossia l'incarcerazione senza processo e senza la formulazione di accuse formali.

Attualmente sono circa 500 i prigionieri in detenzione amministrativa prolungate, che di conseguenza non possono avere accesso a un equa assistenza legale e a un processo vero e proprio.

Trump ha favorito la trattazione?

Alcuni media hanno riportato il dubbio che il cambiamento di rotta di Israele, che ha aperto la possibilità a trattare, sia legata alla recente visita di Donald Trump; secondo queste ipotesi durante la sua visita il presidente statunitense avrebbe richiesto ad Israele di mostrare un atteggiamento morbido e flessibile, adatto a un momento in cui egli si sta impegnando a rilanciare le trattative di pace in Terra santa.

Sforzi per pacificare i due popoli che però non convincono, in quanto sembrano difficilmente concretizzabili. Trump, durante la sua visita in Palestina, non ha mai accennato alla costruzione di due stati separati, né ha condannato o cercato di risolvere la questione degli insediamenti coloniali, ma si è limitato a parlare genericamente di processi di pace, senza però spiegare in cosa consiste realmente questa pace, e come si possa raggiungerla.