La violenza nei rapporti di coppia ha come anello debole la donna. Infatti la nostra società, nonostante l’emancipazione femminile rimane ancorata ad una cultura maschilista, radicata sia in una parte di popolazione maschile che in una parte femminile. Molto spesso sono le donne stesse che abituate a subire una società sessista si sono istituzionalizzate, cioè hanno consentito che modelli di vita limitanti divenissero unici modelli di vita possibili. Ciò che si promuove non è un ribaltamento a favore di una cultura sociale femminista ma piuttosto una società che incardina come proprio il valore del rispetto per la diversità.

La famiglia nucleo primario ed elementare della società dovrebbe costituire, per ogni essere umano la roccia a cui appoggiarsi nei momenti di stanchezza. Tuttavia non è sempre così, anzi sono sempre più numerosi i casi di violenza domestica: la casa luogo in cui l’essere umano dovrebbe trovare ristoro diventa scenario di uno scontro feroce. Ebbene, la violenza nelle relazioni sentimentali ha come protagonisti, il carnefice e la vittima e innesca quella che viene chiamata spirale della violenza. Il carnefice riesce a sottomettere la vittima, facendola sentire insicura, sbagliata e non capace di affrontare la via da sola: va specificato, che seppur statisticamente è la donna vittima di abuso, la “mano della violenza” non ha sesso pertanto la personalità maltrattante può essere sia uomo che donna.

Immediati sorgono gli interrogativi, perché si accetta di essere vittima? Perché si subisce? Non è facile rispondere a queste domande, molto spesso la risposta risiede in ferite che risalgono all'età infantile mai elaborate: l’amore rende vulnerabili, ci si libera delle armature, delle corazze e pertanto è più facile cadere vittima di abusi da parte di personalità maltrattanti. Una volta caduti nella spirale della violenza è difficile uscirne, anzi molto spesso la vittima non ne ha nemmeno consapevolezza: ciò avviene nei casi di violenza psicologica, devastante se non di più al pari della violenza fisica. La violenza perpetuata per lungo tempo, provoca malessere sia fisico che psichico della vittima di abuso che si manifesta con una serie di sintomi associati al vivere eventi traumatici o all’essere esposti a microtraumi giornalieri.

Sono frequenti apatia, difficoltà di attenzione e di concentrazione, instabilità emotiva, ansia, paura, sfiducia verso gli altri, difficoltà in relazione alla sessualità, depressione, autodistruttività, coinvolgimento in situazioni pericolose, ipervigilanza, episodi di depersonalizzazione, alterazioni patologiche della propria identità, relazioni instabili, colpa, vergogna. Tali sintomatologie nella forma più grave possono dar luogo a quello che viene chiamato disturbo post traumatico da stress.

A pagarne le spese, nelle relazioni con progenie, sono soprattutto i bambini vittime di violenza assistita. Ebbene, la spirale della violenza non coinvolge soltanto i due protagonisti, vittima e carnefice, che in ogni caso sono adulti che hanno fatto delle scelte e che hanno la possibilità di cambiare il loro status di vita affrontando ed elaborando la propria situazione esistenziale ma anche terzi soggetti, i figli, vittime inermi.

I genitori dovrebbero essere la fonte di protezione, rassicurazione e amore incondizionato che agiscono per il bene dei figli ma spesso in una relazione conflittuale i figli vengono utilizzati come arma. Quando la famiglia entra nel vortice della violenza I figli che non si sentono amati, non attribuiscono la mancanza di amore ai genitori ma a se stessi, si sentono in colpa per avere fatto qualcosa che ha portato il genitore ad allontanarsi da loro, attribuiscono a se stessi la causa delle violenze familiari e del clima di tensione e si sentiranno inadeguati e non amati. Pur di ricevere amore un bambino, arriva a negare le proprie emozioni, ad adeguarsi a tutti i tipi di richieste dei genitori e di chiunque riducendosi a mendicare l’amore.

Ecco che la spirale della violenza si infittisce, il bambino di oggi non è altro che l’uomo di domani: le ferite emotive scaturenti dall’esperienze dolorose dell’infanzia influenzano la personalità dell’adulto e il modo attraverso cui affronta le difficoltà, gestisce le emozioni e le relazioni sentimentali. Il circolo vizioso continua ad alimentarsi e spesso i due protagonisti, vittima e carnefice, non sono altro che due bambini che hanno tentato di sopravvivere ad una famiglia disfunzionale, che aveva come educatori e punti di riferimento due genitori che non hanno mai elaborato, a loro volta, per mancanza di consapevolezza o di coraggio, le loro problematiche risalenti all’infanzia ma hanno continuato ad attuare un modello di vita malato

Dati statistici sulla violenza

Seppure la violenza nelle relazioni di coppia non ha sesso, in quanto il carnefice può essere sia l’uomo che la donna.

Le statistiche ci dicono che in Italia, ogni anno, vengono uccise, da uomini, oltre cento donne, quasi sempre quelli che sostengono di amarle. E' una vera e propria strage. Ai femminicidi si aggiungono violenze quotidiane che sfuggono ai dati ma che, se non fermate in tempo, rischiano di fare altre vittime: sono infatti migliaia le donne molestate, perseguitate, aggredite, picchiate, sfregiate. Quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, quelle che nel corso della propria vita hanno subito una forma di abuso.

La violenza e i femminicidi colpiscono anche le giovanissime, come il caso di Noemi Durini uccisa lo scorso 3 settembre dal fidanzato. Noemi la sera prima del suo assassinio, sulla sua pagina facebook, pubblicava quello che sarà il suo ultimo post e che sembra essere una richiesta di aiuto.

- Non è amore se ti fa male.

- Non è amore se ti controlla.

- Non è amore se ti fa paura di essere ciò che sei.

- Non è amore se ti picchia.

- Non è amore se ti umilia.

- Non è amore se ti proibisce di indossare i vestiti che ti piacciono.

- Non è amore se dubiti della tua capacità intellettuale.

- Non è amore se non rispetta la tua volontà.

- Non è amore se fai sesso.

- Non è amore se dubiti costantemente della tua parola.

- Non è amore se non si confida con te.

- Non è amore se ti impedisce di studiare o di lavorare.

- Non è amore se ti tradisce.

- Non è amore se ti chiama stupida e pazza.

- Non è amore se piangi più di quanto sorridi.

- Non è amore se colpisce i tuoi figli.

- Non è amore se colpisce i tuoi animali.

- Non è amore se mente costantemente.

- Non è amore se ti diminuisce, se ti confronta, se ti fa sentire piccola.

Il suo nome è abuso.

E tu meriti l'amore. Molto amore.

C'è vita fuori da una relazione abusiva.

Fidati!

Poche righe, quelle pubblicate da Noemi, che devono ricordarci che ogni essere vivente merita l amore, nessuno ha il diritto di privarcene, né di privarci della libertà e dell’autonomia mentale.

L’autorità governativa, per contrastare il fenomeno della violenza ai danni delle donne, ha istituito un numero, il 1522, attivo 24 ore su 24: gli operatori forniscono alle vittime, assicurando loro l'anonimato, un sostegno psicologico e giuridico, nonchè l'indicazione di strutture pubbliche e private presenti sul territorio a cui rivolgersi.

Convenzione di Istabul: l’educazione all’affettività

L’attuale legislatura ha investito molto sulla violenza di genere, infatti molteplici sono le iniziative in atto dirette a dare attuazione alla “Convenzione di Istabul”, pietra miliare nel contrasto e nella prevenzione della violenza di genere, ratificata dall’Italia con la legge del 27 giugno 2013 n. 77 ed entrata in vigore nell'agosto 2014.

Il Governo ha approvato una serie di misure volte ad inasprire le pene nei casi di violenza sulle donne. Tuttavia, il puntuale ri-verificarsi di episodi di femminicidio, avalla la teoria secondo cui la violenza di genere, si combatte efficacemente solo attraverso l’introduzione di sanzioni penali o di misure di contrasto.

Dunque, ciò che è emerso è la necessità di introdurre leggi dirette ad attuare strumenti di prevenzione adatti ad ottenere un cambio di mentalità per la costruzione di una società fondata sul rispetto della diversità e non sull'odio e sulla paura. Per contribuire a raggiungere questo obiettivo ambizioso occorre innanzitutto educare alla diversità e al rispetto di essa. Se può destare qualche perplessità il fatto che si pensi di provvedere con una legge all'insegnamento dell’affettività, si consideri che già la Convenzione di Istanbul, aveva chiesto ai Paesi aderenti di inserire nei programmi scolastici questa “materia”, oltre all'educazione sessuale. Tutti hanno adempiuto all’impegno, eccetto l’Italia e la Grecia.

Anche la riforma della scuola varata dal governo Renzi e le successive note esplicative del Miur, il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, avevano indicato, fra le competenze che gli alunni devono acquisire, l’educazione alla lotta a ogni tipo di discriminazione, oltre alla promozione del rispetto della persona e delle differenze, di qualunque tipo.

In Italia finalmente il percorso è iniziato, otto sono le proposte di legge già depositate alla Camera, che prevedono, l’introduzione nelle scuole di primo e secondo grado di una materia denominata “educazione emotivo-sentimentale” o “educazione socio-affettiva” (un’ora alla settimana) e di appositi insegnamenti alla sessualità consapevole, finalizzati a garantire agli studenti un’adeguata conoscenza dei metodi contraccettivi e della prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili.

Ebbene, educare all'affettività significa educare ad una sana gestione delle emozioni e di conseguenza dei sentimenti. Amare non è possedere e soprattutto amare vuol dire volere la felicità dell’altro e non usare l’altro come mezzo per ottenere la propria felicità: chi ama profondamente trae gioia dal donarsi all'altro. Una relazione sana è quella in cui ci si ama più di quanto si abbia bisogno l’uno dell’altro, quella in cui i partners non si compensano a vicenda gli “squilibri”, ma sono entrambi consapevoli delle proprie necessità ed emozioni. Capaci di autonutrirsi. Non stanno nella coppia per “prendere” bensì per dare, condividere. Accogliere e affrontare la solitudine è essenziale se non si intende usare qualcuno per riempire i propri vuoti.

Così la relazione si baserà sulla gioia e sulla libertà invece che sulla dipendenza, sul senso del dovere o di colpa. Occorre vivere questo momento comprendendo che in realtà non si è mai veramente soli, siamo sempre in compagnia di una persona speciale, noi stessi.