Alla fine si è convinto anche il premier canadese Justin Trudeau, e così la Trans-Pacific Partnership "s'avrà da fare" anche senza gli Stati Uniti che, con Donald Trump alla Casa Bianca, se ne sono chiamati fuori. Il merito (o la colpa, a seconda dei punti di vista) è di Giappone e Australia, che sono riusciti a rassicurare Ottawa sulla tutela dell'industria culturale nazionale, il punto che più di tutti preoccupava il gigante nordamericano. "Miglioramenti" sono stati raggiunti anche a proposito dell'industria automobilistica (soprattutto nei confronti di Tokyo) e sulla difesa della proprietà intellettuale.
L'annuncio del (ri)trovato accordo è arrivato per bocca del ministro australiano del commercio Steven Ciobo, il quale ha indicato il prossimo 8 marzo come probabile data della sospirata firma, che avrà luogo in Cile. Durante il World Economic Forum a Davos, Trudeau ha definito l'accordo "giusto", mentre la settimana scorsa il premier australiano Malcolm Turnbull aveva specificato che, per Washington, la porta sarebbe rimasta comunque aperta.
L'accordo
La Trans-Pacific Partnership (TPP) è un accordo che lega 11 Paesi che si affacciano sull'Oceano Pacifico: Canada, Messico, Perù, Cile, Giappone, Malesia, Nuova Zelanda, Australia, Brunei, Singapore e Vietnam. Una volta stipulato, abbatterà il 98% delle tariffe attualmente vigenti tra gli Stati coinvolti, per un valore prossimo ai 14 trilioni di dollari.
Quella che si verrebbe a creare sarebbe, di fatto, un'immensa area di libero scambio, lungo la quale transiterebbe il 40% dei traffici globali.
Come il TTIP, un trattato analogo che avrebbe dovuto legare il Nord America all'Europa, attualmente a un punto morto, anche il TPP ha generato diverse polemiche da parte di sindacati, lavoratori, associazioni a tutela dei consumatori e ambientalisti, per i quali questo genere di accordi andrebbero a diminuire le tutele ad oggi esistenti.
Da Obama a Trump
Grande sponsor dell'operazione fu il presidente statunitense Barack Obama, per il quale il TPP doveva legare gli Stati Uniti alla dinamica economia del sud-est asiatico, sottraendo la regione dall'influenza della Cina, la grande esclusa dall'accordo.
Obama pensava ad un equilibrio mondiale fondato sulla collaborazione economica internazionale, e per questo motivo spese molto del suo capitale politico in accordi come il TPP o il TTIP, che avrebbero reso gli Stati Uniti il perno di questo nuovo equilibrio.
Le cose sono cambiate drasticamente con l'elezione di Donald Trump. La cancellazione del TPP (che non era mai stato approvato dal Congresso) è stato uno dei suoi primi atti. L'attuale presidente statunitense tende a vedere i rapporti economici in termini di competizione più che di collaborazione e, al grido di "America First", ha ribaltato la strategia internazionale del suo predecessore.
Con l'uscita di scena degli Usa, il TTIP è, di fatto, finito in un vicolo cieco. Il TPP, invece, andrà avanti, con o senza Washington.